il ponte


Come ho promesso  ad una mia assidua fan (fatemi godere questa sbrodolante gloria da coglioni).

Ho appena finito il racconto…

 

La guardo praticare il ponte. Il ventre le si alza incurvandosi. Bellissima. Un addome liscio, appena abbozzato dagli addominali duri. Il caschetto le sfiora il suolo.

            Ripete l’esercizio una decina volte. Le gambe flesse si fanno rigide innalzandosi sulle punte. Sembra un arco in grado di sorreggere un’intera cupola col suo solo corpo. Ma è una donna, ha i suoi limiti. Così, dopo un paio d’ore di allenamenti crolla in terra. Il battito le sobbalza in petto, il sudore le permea la pelle ricoprendola di uno scintillio spruzzato dai fari della palestra.

            Parrebbe una ragazzina qualunque, una giovinetta di quelle che si recano tutti i giorni a lezione. Una comune, insomma. Invece non lo è. è mia nipote. La piccola Mohiko. La famosa Mohiko…

            L’ho vista più volte abbattere donne ben più grosse di lei. Cadevano giù, battevano la mano al tappeto, sconfitte, oltraggiate.

            Ho come la sensazione che questo nuovo mondo che sto scoprendo è diverso da quello occidentale. Più autentico, più onesto anche se ormai pare quasi illusorio parlare di spartizioni ora che siamo un’unica isola vagante nello spazio.   

            Perché mi guarda a quel modo adesso? Perché mi fissa con i suoi occhi assurdi? Perle di una bambina feroce. Secondo gli orientali le donne dagli occhi verdi sono le più fiere, le più coraggiose. Bimbe dallo sguardo di giada.

            Conosco la vita delle idol, più o meno. Conosco la morbosità che vi si cela dietro. Come sono sfruttate da otaku, come sono vampirizzate le loro immagini dalle televisioni, nei locali, nei videogiochi. Uno di questi, “Rumble roses” è la materializzazione del complesso d’amplesso di brufolosi ragazzi ricurvi sui loro joypad. E mi chiedo quanto sia burattina mia nipote. Quanto è grande il suo potere sugli altri e quanto lo sia invece il potere dei fans su di lei.

            Certo, è forte. Ma avrà le spalle abbastanza larghe da poter sobbarcarsi il peso di tutta questa popolarità rimanendo donna? la bimba che ricordo? La bella che ti colpiva con lampi di curiosità. La piccina che scompariva sempre al mio arrivo. S’infilava su passando per chissà quale buco sopra la mansarda. Spariva, la mia nipotina fantasma. Fantasmi… ancora un rimando alla tradizione nipponica con il suo spiritualismo di spettri sfuggenti. Pozzi come porte, come presentimenti di una trascendenza imminente.

            Il suo occhio non si ferma, mi fissa. Fissa l’uomo che sono, fissa lo scricciolo che potrebbe buttar giù in un solo battito di ciglia. Lo sappiamo entrambi che non sono qui per fermarmi ad ammirare le sue forme. Non sono uno di quegl’insulsi ripugnanti pervertiti che acquistano ai distributori automatici indumenti intimi usati da liceali. Se penso alle immagini di certi cartoni proiettati senza protezione sul volto di bambini. Se penso alla loro morbosità per il pelo pubico, se…  Sono estremi a cui ancora l’occidente non è arrivato.

            Giappone, paese d’estremismi, chi vede tutto spirito e umanesimo, e chi accetta solo il materialismo avvolgente. O forse sono io che non riesco a capire come ogni persona del posto riesca ad accettare entrambi questi aspetti come dati di fatto appartenenti al quotidiano. Paese di gente pazza, questo Giappone. Paese proveniente dal leale mondo dei samurai. Dove la fedeltà era il primo precetto, dove chi perdeva il proprio padrone diveniva un esule, un ronin.

            Ma cosa c’entra tutto questo con lei? Lei è vissuta in un sistema simile, proprio come la madre. Ora pare quasi voler giocare con i miei automatismi corporei. Finge di strecciarsi i muscoli soffermandosi su pose scurrili. Ma rifiuto l’inganno ricorrendo al solito trucco. Cosicché perdo la concezione della realtà. Mohiko non è una bambola rivestita da bikini e mutandine. È solo una bimba. La stessa che vidi durante il mio ultimo viaggio. Ricordo la madre, mio fratello, le sue lacrime. Pensavo avrebbero corroso alcune menzogne. Credevo che tale limpida dimostrazione di affetto non poteva sfuggire alla giustizia che bilancia l’universo. Non avevo mai visto niente di più chiaro e rotondo. Gocce sul grembo di una donna abbattuta che rifiutava di essere sconfitta. Di crollare avendo difronte a se solo l’impersonificazione del male. O almeno così consideravo quel fantoccio, anni addietro.

            Se l’osservo bene, nei suoi occhi temprati, scorgo ancora dell’innocenza. La mia piccola Mohiko…

            A volte credo sia un mondo schifoso, vorrei portarla via. Eppure l’ha scelto lei. Ha sudato e sofferto per giungere dov’è adesso. Ore di allenamenti ogni giorno. Venire colpita, afferrata, ritorta. Ha subito leve e pugni. Calci, prese, salti dalla terza corda. È questo il mondo che ha scelto. E non spetta a me giudicarlo, solo… solo non è giusto.

 

Salgo sul ring. La donna che fungeva da pupazzo, da pungiball, è stesa, priva di sensi. A dei bei capelli biondi. Un bel corpo. Proprio come quello di mia nipote. Ma ne vale la pena?

            Salito sull’angolo m’infilo tra la seconda e la terza corda ed entro nel quadrato di gioco. Mohiko, seduta a terra, mi scruta ancora. Il suo braccio è poggiato sul ginocchio. Il sorriso che le sfiora il volto non appartiene a colei che ricordavo. Non c’è traccia di magia, non c’è emozione, solo una passione scagliata contro me, un corpo aguzzo, pericoloso, lussurioso.    

            «Cosa guardi, Canio?»           

            «Guardo te, Mohiko.»

            «Non essere stupido, zio. Cosa stai cercando di capire? Dov’è che ti stai intrufolando con i tuoi meandri di pensieri?»

            «Perché non hai seguito le orme di tua madre?»

            Lei sorride. «Già, questa è la domanda che tutti voi, prima o poi, mi fate. Sei  l’ultimo, lo sai? L’ultimo dei miei parenti a domandarmelo, del resto, sei anche il più paziente. Ma la tua domanda non è un termine, vero? Non è fine a se stessa. Serve ad aprire ad altro. Magari, perché no?, a capire cosa significhi essere una wrestler? È questo il motivo per cui  stai spulciando con gli occhi ogni mio singolo movimento. È questo il senso della tua attenzione nei miei confronti?»

            «Saresti potuta essere un’ottima…  … Mohiko.»

            «Ma…»

            «Ma, so che in un certo senso lo sei.»

            «Già, zio. Tu sai sempre tutto. Hai capito la necessità di stabilire in modo rapido la prossima mossa. Come si debba prendere una decisione immediata per trasformare una posizione di sottomissione in una vincente. Nessuna distrazione, nessuno errore. Basta un attimo e si cade in una nuova leva, si finisce con la faccia a terra, si morde la polvere.»

            «Sei sempre stata brillante, piccola Mohiko.»

            «Nonostante hai visto cosa sono diventata, ancora mi consideri una bambina? Hai visto con quale facilità ho steso quella donna? – indica la bionda. – Hai osservato fino in fondo la sofferenza che le strappavo ogni volta che le piegavo un arto? Non è magnifico l’attimo in cui perde i sensi avvolta dal mio lento strangolamento? Ti è piaciuto come le ho strizzato il collo tra le mie cosce?, e i suoi occhi si chiudevano lentamente mentre la sua testa perdeva stabilità reclamata dalla gravità toccando il suolo? Di come i suoi lunghi capelli biondi finivano in terra? Di come agitava le zampette proprio come un anatra che starnazza le sua ribellione all’inevitabile morte apparsa nelle forme di una contadina?»

            «Come sei diventata così complicata? così truce? Cazzo Mohiko, era una tua amica!»

            «è solo un straccio di carne a cui strizzare un po’ di sudore. Ma non far finta che questo ti sconvolga. Per te non cambia nulla. Tu estrapoli la verità come concetto, non come azione. Potrei buttarti a terra decine di uomini o donne e per te non cambierebbe nulla. Per te resterò sempre la scontrosa mocciosetta che si nascondeva in soffitta.»

            «Un tempo ero così. Poi tua madre mi ha insegnato un differente modo di accettare la realtà.»

            «Oh, la mia grande mamma. La grande, quella che io non potrei mai diventare. Nessuno può ambire a tanto, vero? Lei era Wang-mu, la Regina Madre dell’Occidente. La dea.»

            «Lei era giapponese, non puoi imprimergli addosso un nome di una cultura che non gli apparteneva.»

            «Quanto sei stupido, zio! Dici di aver appreso da lei e mi caschi su una puntualizzazione così minuscola.»  

            «Perché hai scelto questo?»

            «Perché mi piaceva, zio. Non ho un motivo preciso. Prima erano zuffe con le mie amiche. Poi son diventati spettacolini nei locali, e in fine il grande passo verso i riflettori.»

            «E gli uomini…»

            «Quelli sono solo un po’ più di sudore, solo lenzuola bagnate di afrori. Un esercizio come un altro, un altro modo di estendere e socchiudere le gambe. Sono solo altri corpi, proprio come quelli che si arrendono alla fine di un incontro.»

            «Una vita costellata di corpi sparsi in terra ad indicare il tuo passaggio.»

            «Mia madre le dava un altro significato, ma credo possa essere inteso anche in questo senso, se ti piace.»

            «Nessun perché, allora? Nessun motivo, neppure futile, che spieghi la tua scelta.»

            «Pensavo che i motivi futili non ti interessassero; potrei farti un intero elenco di tutti i motivi futili che mi han spinto fin qui.»

            «Quel che mi rattrista, è che stai perdendo la tua parte tenera. Quella che merita più di ogni altra cosa di essere vezzeggiata.»

            «Andiamo, zio, non ricominciare con i soliti discorsi. Hai visto che fine ha fatto mia madre. E a cosa è servita la sua morte?»

            «Lei era un’artista e tu una lottatrice, eppure, posso ben dire che tra le due la più coraggiosa era lei. Tu tremi solo al paragone con lei. Guardati, non hai neppure il coraggio di piangerla perché temi che una telecamera nascosta t’inquadri. Hai paura di perdere tutto questo in quanto è l’unica sicurezza che hai. Vivi in uno scampolo di vita.»

            «Facile parlare, per te. Cosa credi; di poter venir qui e darmi lezioni? – Detto questo lei mi assoggetta ad una leva e tira. Tira la mia gamba fina a quando non batto in terra. Quindi lascia che le mie gambe si schiantino al suolo.

            – Come ci si sente a venire maltrattati, Canio? Com’è che è, sentirsi umiliati?»

            «Tu non mi hai umiliato. Io non gioco al tuo gioco. Non ho paura ad ammettere di essere un debole. Uno che non resiste neppure un attimo alle tue prese spezza ossa.»

            «Lo sai che potrei passare i prossimi trenta minuti a stirati ogni muscolo che hai in corpo? Lo sai che non devi farmi arrabbiare!»

            «Ci sono cose più importanti della paura» le rispondo trai gemiti.

            «Sono belle parole, belle, veramente, degne d’un eroe… ma saprai sopportarne le conseguenze?»

            «Hai solo paura, paura di portare avanti un discorso. È giusto, è una tua scelta. Ma devi accettarla.»

            «Tu non c’entri! Dannato bastardo. Tu non c’eri, non hai visto.»

            «Eri nascosta in soffitta, quando arrivarono…»

            «Sì, ero lì. E … non piangerò, zio. Non piangerò davanti a te. Io, io ho visto tutto. Da sempre. Ho visto ogni disegno, ogni scultura, ogni riga. L’ho spiata attraverso i fori che c’erano in mansarda. So cosa voleva fare, so quanto era ampio il suo sogno e dove, a suo avviso, ci avrebbe portato.»

            «Mohiko…»  

            «Io so che era una folle. Una sognatrice, un’illusa. È morta senza alcun motivo, per delle fantasie senza significato. È morta per nulla! –

            Mohiko blocca il mio primitivo tentativo di rimprovero fermando la mia mano all’altezza del suo viso. – Non sono più una bambina, zio. Non puoi schiaffeggiarmi. – Dopodiché mi lascia il polso liberando il mio braccio. – Cosa ne vuoi sapere, tu? Non c’eri! Certo, le sue idee erano bellissime, forse avrebbero potuto dare una nuova luce all’Umanità. Sai, lei ci teneva a scriverla con la U maiuscola. Non è assurdo come quella stessa umanità che lei tanto omaggiava, in cui credeva, ha infranto il suo sogno? È venuta e se la è portata via. Non so neppure che fine abbia fatto. Per quel che ne so potrebbero ancora venir torturata, proprio adesso, in questo momento!

            La sua Umanità – ripete Mohiko con aria schifata. – L’Umano al di sopra di tutto, degli interessi, degli egoismi. Un’unica certezza, un unico traguardo. Diventare un’unica anima in un’immensità di corpi. Un’empatia generalizzata. Capire e comprendere per accettare… Credi che quelle ombre nere che l’han portata via avrebbero mai potuto prendere in considerazione una così assurda realtà?

            Vuoi sapere come ho imparato a sopportare il dolore? Come sono diventata una lottatrice che non teme la sofferenza? L’ho imparato da lei, la sua eredità furono poche, fievoli vibrazioni che mi percorsero fino al midollo. Mi trasmise il suo pensiero, sapeva dov’ero, l’aveva sempre saputo. Mi ringraziò della mia silenziosa presenza. Mi ringraziò per averla appoggiata con la mia partecipazione. Capisci, zio? Lei, veniva… e ringraziava me. L’intera umanità avrebbe dovuta prostrarsi ai suoi piedi, e lei ringraziava sua figlia per averla spiata!

            Il suo lascito, fu una sensazione. Appresi come schivare il dolore, speculai su di esso, imparai a sfruttarlo e… ora sono quel che vedi. Non ti piace ciò che vedi, zio? Non ti piace il frutto sorto dalla grande umanità che albergava in mia madre?»

            «Io… sono un saccente di merda. A quanto pare sembra che non capisca proprio tutto. Non capisco neppure le realtà che mi stanno più a cuore.»

            «Aspetta a pentirti, Canio. Prima di pronunciare il tuo vomitevole atto di dolore. Ascolta. Mia madre aveva capito una cosa. Una cosa che mandava a puttane tutti i suoi buoni propositi di sentirsi pari agli altri. Lei sapeva che solo una parte dell’Umanità avrebbe permesso lo sfociare dell’empatia come stile di vita. E lei, ovviamente, faceva parte di questa casta di persone. Lei era una donna. Capiva la vita perché l’aveva cullata in grembo, perché non mascherava le sue carenze con atteggiamenti da macho. Solo le donne avevano in se questo potere. Le donne erano destinate ad assumere il controllo. Certo, per un periodo limitato. Giusto il tempo necessario perché avvenisse la “trasposizione” dei valori. Trasposizione, così la chiamava. Ma nonostante tutte le belle parole e i buoni propositi, alla fine si ritrovò a definirsi un essere superiore all’altra metà dell’Umanità. La stessa Umanità che desiderava parificare. Alla fine era caduta nello stesso errore di tanti saccenti, aveva creato le condizioni per concepirsi migliore di una buona parte delle altre persone.

            Hai capito, zio, perché quel giorno piangeva? Perché le sue lacrime erano talmente ricolme di disperazione? Era rimorso!»   

            «Piangeva per… per aver stabilito un’inevitabile, profonda, spartizione tra uomini e donne» balbettai.

            «Le sue opere, tutte, cambiarono. C’era come un legame tra lei e i suoi dipinti, le sue parole. Le vidi mutare, assumere una nuova forma. S’imbevevano di rimpianto, di sconcerto. I colori tanto radiosi presero a colare venendo espulsi dalla tela.

            Era andata oltre la semplice empatia, aveva creato un cordone con tutto. Gli oggetti su cui aveva posato le mani o che la ricollegava al passato assunsero una nuova forma. Io… fui testimone di un prodigio. Una sola donna aveva creato un contatto con lo spirito presente negli oggetti. Il primo giorno restò per ore a guardare le sue sculture spezzarsi, arrotondarsi. I quadri cancellare colori, cangiarli, spruzzarli fuori. L’inchiostro sul foglio sembrava un’enorme serpente che mutava pelle, tagliava vocali, ricollocava frasi. E lei rimaneva immobile. Sporca di china, d’acrilico, di creta.

            Bene, il racconto è finito. Non ti dirò altro, zio. Il resto non posso, né tantomeno voglio spartirlo. Neppure lei l’ha mai spartito con mio padre.»

             «Doveva avere un buon motivo.»

            «Come lo ho io.»

 

Vuoto, spazio di tempo cavo rimasto a colare su quegli ultimi momenti affianco a quella splendida ragazza. Ora, finalmente, vi rivedo la bimba. Ora, traspare sul suo viso contratto, la stanchezza. La fragilità che mi aveva sempre colpito in Reiko sin dal primo giorno in cui la vidi. L’incertezza dell’essere responsabile di una vita che le sgorgava fuori, con il timore di non essere capace.

            Invece è cresciuta come avresti voluto, Reiko. Ha solo scelto un’altra strada. Ma prima o poi, il suo essere donna prevarrà, proseguirà guidata dalle orme che le hai lasciato nell’animo.

               «Era tua madre. Sei la sua degna erede, brillante e contorta, proprio come lo era lei. Non posso dirti cosa fare. Non ne ho nemmeno il diritto. Spero solo che ci penserai.»

            E lei non dice niente. Mi guarda calar giù dal ring. Nessuna frase banale del tipo <bravo, vattene pure> o <hai fatto la tua predica, ora puoi andare>. Osserva  in silenzio. Riflette. Pensa come potrebbe cambiare la sua vita. Pensa che cambiare significherebbe gettare al vento tutti gli sforzi fatti. Ma non è una stupida. Non misura i sogni in base alle perdite.

            Vado via. C’è ancora speranza per il paese, forse. Questa volta dipenderà dalla scelta di una  ragazza, come in passato è dipeso da altri. Non credo di poter fare di più. È triste essere schiavi di un regime fantasma. È triste non poter neppure supporre quale sia la verità, inondati come siamo da abbacinanti  immagini di mondi virtuali.

 

Getto un’ultima occhiata su di lei. Ha un bel corpo e una nutrita schiera d’amanti; proprio come la madre quand’era giovane. A volte mi vergogno ad osservarle il sedere, ma sono quel che sono. Cerco sempre di capire, a qualsiasi costo. E infrangendosi il mio sguardo sulle sue gambe affusolate, intuisco il potere che abbiano su una massa di teenagers allupati. Come questo potere faccia gola a chi manovra il tutto.

            Capisco, proprio perché sono stupido quanto loro, e per un attimo, in un solo lampo, intravedo il desiderio di possederle; quelle gambe. Per un momento dimentico a chi appartengano.

            Eccolo lì, un potere grande, una mente eccelsa, ed io, non so proprio come andrà a finire. Mi auguro solo che scelga la via più Umana.    

             

 

      

"la chica anime bounces back" by angicaro

 

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6 pensieri su “il ponte

  1. non è una cosa facile da spezzare…

    quanto alla vignetta propongo una very good solution.

    la corda che avanza l’usiamo per farci un bel girocollo al caro texano e al suo amichetto Putin (che con tutti gli assassini politici che ha giostrato negli ultimi tempi si sta dimostrando un’eccellente erede di Stalin)

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  2. Ciao Lo, sono Laura.

    Ho letto il tuo racconto. Particolare, molto articolato in certi punti (o forse sono io che sono abituata a scritture più semplici…) Una domanda: a cosa è dovuta la scelta di un personaggio femminile così enigmatico…?

    La prima cosa che mi è venuta in mente è l’illusoria forza, soprattutto morale, di cui tante persone si vantano… quando in realtà sono deboli e spaventati più degli altri…non so, questa ragazza che pratica questo sport così brutale, il confronto con una madre che non c’è più e che era così diversa…ma forse è un’interpretazione totalmente opposta a quella che avevi in mente tu…

    Cmq bravo, scrivi molto bene!

    Ciao ciao! Laura

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  3. Ciao Laura.

    Mohiko (che, ora mi rendo conto, ha una certa assonza a mojito, il mio drink preferito), la bella provocante, conturbante, maligna e fragile ragazza rappresenta la doppiezza con cui io vedo le donne. Ci sono quelle stile manager, tutte, io, io ,io. E quelle timide e sentimentali. Rappresenta la scelta che in un mio mondo (molto ideale) le donne dovranno fare. Se rivaleggiare con gli uomini con le loro stesse armi o decidere di essere diverse. Quale saranno le donne che prevarranno nel futuro. Le lady di ferro o quelle più riflessive? Per ora la tendenza è di un ribasso delle prime.
    Da qui Mohiko e sua madre Reiko. È come se ponessi una domanda a tutte voi. Chi preferite? Chi vorreste essere tra le due? Ovviamente è un discorso estremista. C’è un po’ di Tatcher(non garantisco per la correttezza) e di sentimentalismo in tutte. Ma quale credete sia la strada da intraprendere? Come vi sentite di essere prevalentemente?
    Tante domande, insomma.
    Ma Mohiko rappresenta anche un dubbio su di me. Una domanda che vorrei sotterrare ma che preferisco affrontare. L’idea dell’oggetto malizioso, che mette in risalto le curve e muove viscidi istinti.
    Davvero considerò la donna dei miei sogni premurosa e affettuosa come Reiko?
    Ed un dubbio che ricade su tutti gli uomini, e anche sulle donne. Perché sempre più le ragazzine sognano di essere veline, idol, desiderano il possesso, il controllo.
    In definitiva, tagliando fuori tutti gli aspetti filosofici sul futuro dell’umanità.

    “ Bertrand ha inseguito la felicità impossibile nella quantità, nella moltitudine.
    Perché abbiamo bisogno di cercare in molte persone ciò che la nostra educazione pretende di farci trovare in una sola?” FRANÇOIS TRUFFAUT -L’uomo che amava le donne-

    L’istinto è più forte della ragione?
    Io credo di no. Penso che una carezza plachi molto più di una sfuriata tra le lenzuola con una barbie. Penso che però occora la giusta serenità, bisogna averci pensato a lungo e aver capito a fondo le restrizioni di una simile scelta.

    Ma sto parlando come uno che ti guarda da sopra il lettino. Ed io odio i lettini, d’ospedale o da psicopata. Squallidamente plalstificati o in vera pelle.

    Complimenti, sei la prima, de first. number one. Ad aver risposto, grazie.

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  4. Ciao, come consigliatomi ho letto per primo questo racconto; l'ho trovato interessante, ho trovato la prima parte un po' pesante, ma dal momento del dialogo tutto scorre più velocemente. Deduco che con questo racconto vuoi lanciare parecchi dubbi al lettore, in effetti ci sei riuscito, ci sono parecchi spunti di riflessione e argomentazioni su cui discutere. Ho letto anche la risposta che hai dato a Laura e si sono chiarite molte cose.bravofederica

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  5. CIao FedericaLe donne sanno esserre splendide quando vogliono, possono anche fingersi dure, possono anche essere dure, rabbose, ciniche, ma ci sarà sempre un momento in cui dovranno fare i conti con le debolezze umane. L'attesa di un frugoletto è anche questo, un ritorno alla natura, alla divinità femminile, all'istinto di protezione per i più fragili.Questa è se vuoi una crepa nella società moderna, ma è un crepa che si sta allargnado, fecendo breccia corredondo la logica meccanica, ammorbidentondala, sgretolandola.

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