senza un titolo


Avrei voluto tenerlo per un poco. Aspettare che il racconto non si dilegui dalle vostre attenzioni. MA non posso non buttarle via queste parole. E quelle che verrano.

Sì, perché questi sono due, e l’ultimo l’ho scritto ieri, o forse un giorno prima.

Due diversi. Due vicoli, il vicolo su cui scorro lo sguardo ogni volta che scendo da quelle scalette.

Ho visto un film, oggi. Un film in cui chi vinceva alla fine, era una puttana (doc). Una di quelle che se la fa con il bandito e il pulotto che l’insegue. Una di quelle a cui basta gridare, una di quelle, insomma, che era la prima arrogante che doveva crepare. Perché quell’altri erano bastardi, ammazzavano, squarciavano…

 

Ed oggi erano pugni, giusto due, perché poi sentivo dolore, le nocche mi fiammeggiavano. Non sopporto il dolore, almeno non quello di un certo tipo. Non sopporto sapere che sto per soffrire , o fare una cosa stupida. E non parlo di ora. Ora non faccio nulla di stupido, sto solo mostrando ad una quantità non ben delimitata di persone cosa stavo facendo.

Simpatici squarci d’un quadro ingordo di passione. Di rosso abusato, di un sangue lì e di un cuore appesovi in mezzo. Ma non credo sia più amore. Forse è risentimento, sarò ancora tanto stupido?

Hai fatto bene a evitare. Possiamo vederci, dobbiamo vederci solo dentro uno squallido girogoro di pietre su pietre ripulito un poco da giovani smaniosi di un futuro diverso. L’hai lette quelle parole cincischiate su di un giornale? Vorrei saperlo, e vorrei sapere cosa significavano quegli occhi gonfi di luccicore. Compassione? Rimorso? Pietà? Non certo rimpianto. Lo so, e se sbaglio sono ancora più tonto di quel che credo. Quanti ti han ritratta in una cornice per lo stesso motivo, od abbozzata in carboncino?

 

E la tua amica,

Ero lì per te. E ho trovato lei. E lo scrivo perché penso che in qualche modo potrai giungervi a queste parole. Nonostante tutto ti tengo ancora segreta, nessuno sa chi sei. A parte le persone a cui l’hai detto, e quelli cui l’ho detto io.

Che cazzo è che mi fa odiare così tanto il suolo che calpesto? Pensavo fosse passato il tempo, invece ecco che riappare la Bella Dama. E tutti i progetti vanno  a puttane. E solo mi resta da aggrapparmi al sogno, solo quello, come un drogato. E dire che la droga l’ho sempre schifata per istinto.

 

E allora non c’è nessuna morale. Non provarci, sai come siam fatti noi. Sai che svalvoliamo. Ecco un’altra nota distorta uscita sbilenca, forse è che non sono ancora abbastanza rodato. Che devo aspettare si scaldi il circuito.

 

 

 

 

 

Questo è il vecchio…

Cominciò da un’indecisione. Rimasi immobile al buio delle scale. La rampa che saliva e le delicati luci colorate del vetro cemento filtranti da fuori. I miei dormivano di sopra, la porta aperta. Minuti lì, così. Dovevo solo decidere se rivederla o aspettare che anche quell’occasione passasse. Ridiscesi il pianerottolo e m’imbucai in macchina.

 

 

Tu mi hai guardato. E io, sapevo che avrei voluto parlare con te. Una delle poche donne che mi attraggono l’attenzione, con cui d’istinto sento una qualche affinità. L’ho sempre saputo fin dall’inizio eppure non era mai sorta l’occasione.

 

Ci proverò di nuovo, per l’ennesima volta… oggi ho dentro talmente tanta voglia da non riuscire a dargli un corso, le parole sgusciano da ogni parte.

Il nostro incontro partì in salita. Dovetti spiegarti perché, come avevo potuto dimenticare un nome, una persona e la sua intera vita. Fu un inusuale modo di cominciare…

 

No oggi non riesco proprio a dare una continuità a i pensieri. Lascerò solo delle macchie.

 

Profondità e introspezione. Viaggi nei misteri e nei segni del cosmo. Nel cuore dell’anima, nel ventre delle donne. Non sono bravo a dire cosa spiegavo, ma comunque ti piacquero le mie parole, le mie idee.

E pensare che la serata si stava per spegnere nel letto… Poi feci una scelta che stravolse il fine settimana. L’assurdo era che se stavo lì, era un altro un motivo. Tu eri solo un imprevisto. L’inattesa porta per le mie parole. Non ci capisco un nulla. Davvero, è troppo. Posso solo pasticciare caratteri senza consequenzialità. Dire, era bello. Ci stavo proprio bene dentro quel budello di ragazzi persi nell’interiora della città. Ci sguazzavo. Posso dirti che una persona mi fece una domanda assurda che non avrei mai immaginato di sentirle dire. E che quella domanda l’avevo posta io a lei invertendo i soggetti. Ma di questo probabilmente nessuno capirà niente.

Però è stato un avvio, un modo per stabile un legame. E devo ringraziare un mucchio (per me) di persone che si ricordano chi sono(io). Persone di cui mi impongo di non dimenticare i nomi, ben sapendo che i volti e i discorsi non andranno mai persi.

Vecchie amiche che riscopro, nuove donne che m’appaiono davanti, con i loro talenti, con i loro colori violacei  e stradine dagli scacchi bianchi e neri.

Difficile esprimere una per una le emozioni, persona per persona. Quindi le impasto tutt’assieme. Le molte donne e i pochi ragazzi che mi si sono avvicinati in questi giorni. Vi impiastro tutte in un candore di cui non comprendo ogni sfumatura. Vibra, lasciando crepe sulle futilità fragili. Estetiche e futili.

Guardatelo e ditemi cos’è questo, che io non capisco. Sento solo il bisogno di sprigionarlo, di farlo rifulgere, con il rischio (seppure remoto), che glaci alcune relazioni. È stato tutto d’improvviso. Amiche viste più gentili. E… tant’altri. Indeciso, sono ora come allora. Se pubblicare o meno questo post. Immobile sugli scalini, con la voglia di perdere tante ore finendo in mezzo a un gorgo di piacevoli sensazioni.

Tra giorni d’intime conoscenze, di discorsi che sembrano avere ingranato il bersaglio.

Com’è che le scopro solo ora? Com’è il rimpianto di non poter essersi inserito in un mondo stile Belle Arti? Forse è questo il principio, primo passo d’assorbimento.  Del venire reinglobato n una sfera ricoperta di persone. Del non essere più un fantasma o l’unico corpo in mezzo a spettri.

Forse inizio ad ottenere, ad afferrare quel mondo al femminile di cui bramavo (in modo  morboso) la familiarità.

Sarà che ne sto prendendo parte, ma le voci, l’espressioni, stanno cambiando. Si vanno riempiendo di riflessi caldi, piacevoli e soffusi.

Le foto in camere non son più brandelli d’immagini. E lo schermo con il tic-tac del cursore non scandisce il vuoto passare di ora in ora. Ora ho persone che ascoltano le mie battute, sbirciando di tanto in tanto a questa mia azzurrognolo affaccio sul mondo.      

Adesso ho un mio pubblico. Inteso nel senso più accogliente del termine. Adesso, hanno un senso le parole, ed ha un senso tutto questo.

Non posso scrivere di una tralasciando le altre. Non mi sembra giusto, troppi eventi, troppa confusione. Facciamo che la chiudiamo così. Che c’è tanto altro da dire e lo sappiamo. Che dovrei trovare il modo di dirlo ad ognuna di voi. Ma che ne sono incapace e devo ammetterlo. Che non posso esimermi dal sentirmi insettucolo. Proprio come Giulia, sono piccolo e fragile e inadatto al sogno cui ambisco. Eppure lei ha fermato tanto orrore pur essendo una minuscola donna senza potere. Io gli ho permesso di placare un incubo. Io, suo creatore, le ho consentito di compiere un gesto al di fuori delle potenzialità sottese al personaggio. Ho dato voce alle mie speranze debellando il mito della grande personalità che risolve problemi inumani.

Perché, io o voi altre che bramate chissà quale vita felice, non potremmo crederci?

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7 pensieri su “senza un titolo

  1. Anche se non lascio nessun commento, ho letto i tuoi racconti…scusami, ma non so come interpretarli e non trovo perciò le parole più giuste. Ma sono molto belli…

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  2. Grazie, ma sapere il tuo nome,
    magari,
    mi aiuterebbe a capire un po’ meglio.
    Non vergognarti, del resto, se lasci solo il nome (al più con il cognome puntato), solo io posso sapere chi sei.
    E credimi, sono molto curioso.

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  3. Ahi già letto tutti i miei racconti?
    Sei stata velocissima! Dato petrò che tu non sai cosa dirmi dei miei racconti, io, davvero, non so cosa risponderti…
    a parte notare che sei la ragazza che segue di più ques’atruso blog.

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