Prima del lungo viaggio -arrivando in trincea(1)-


Prima del lungo viaggio

Il deserto arido scorreva veloce dal treno. Identico passava, bruco lungo e molle, sulle distese spoglie. Il mare di sabbia che s’incideva sulle pupille dei suoi occhi è nulla. Altre immagini lo attraversavano. Immagina che lo portano.

Da prima il grigiore, squallido protrarsi di ora in ora. Il fissarsi su argomenti. Il protrarsi, l’insistere su di una sensazione così vibrante. Le due donne della sua vita. La Nera Signora e Airin. Parti vitali delle sue due vite. Il prima e il dopo. La Bella Dama, colei che lo aveva trascina in un luogo spento. Raccolto nel tenero abbraccio delle sue mani glaciali. Ritta, secca, eppure prospera di parole dolci, di sguardi languidi. Quasi l’aveva annebbiato, quasi l’aveva reso succube della sua volontà. Era lei ad afferrargli il polso costringendolo ad impugnare la lama.

Cadeva, cadeva sempre, alla fine. Gli mancava il coraggio, o forse era l’ultimo barlume di coraggio in corpo ad evitare l’irreparabile.

Non esisteva nessuna Dama Nera, era frutto solo di una instancabile ricerca di alienazione quasi completata. Gli sguardi, le parole, non gli si imprimevano negli occhi, nei timpani. Le altre persone erano. Gli Altri, appunto. Spettri a cui non si era mai completamente abituato né estraniato. Aveva vissuto in bilico,in attesa solo che un giorno la Sporca Meretrice lo cogliesse fino in fondo permettendogli di portare a termine quell’ultimo disperato gesto. Come gli incompresi, come i poeti maledetti francesi.

In quel mare arido era comparsa una scintilla. Un sorriso, un gesto. Aveva spezzato il muro, le pareti della camera erano crollate. Il viso paffuto e rossiccio, la gioia fresca, lo sguardo sincero l’avevano strappato al freddo distacco della Grande Mentitrice. L’avevano movimento, lui e il suo mare. Quell’immenso mare vuoto. Erano venute le prime maree con le loro prime onde a sussultare la calma piatta che ottenebrava l’animo di lui. I suoni avevano assunto una coloritura, le forme avevano cominciato a muoversi. Ripresosi dall’immobilità, nel corpo circolavano di nuovo globuli, piastrine. Giravano lipidi, desiderosi di riprendere possesso di ogni muscolo. Il cuore premeva di nuovo sulla cassa toracica.

La tubatura fredda gli rovistava dentro. Lo stesso sangue di rosso cupo aveva colpito all’occhio di Airin nella penombra. La donna in lacrime al suo capezzale le aveva allora raccontato il succedersi degli eventi tra sussulti e frasi spezzate. Si era affacciata dal palazzo di fronte, la cui finestra era allineata a quella della camera dell’uomo, come era in uso nei palazzine realizzate in serie. Rientrando in casa aveva visto le persiane spalancate e la macchia densa smossa da un impercettibile movimento. Come di uno stagno increspato da un flebile rigagnolo.

La polizia era arrivata sfondando il portone della casa e asportando l’uomo. Lei passava a trovarlo ogni giorno. Portava un fiore fresco tratto dalla sua piccola serra rendendo quella camera d’ospedale meno grigia. Era cominciata così quella lunga pausa dal dissidio interno. Erano quelli i suoi giorni più felici. 

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