Dietro il lavoro, pubblicato su Il Progresso (01.12.2005)


Mi sveglio stordito, il mio ego è diluito, istupidito dalle raffiche di pensieri che mi ballonzolano intorno. Sono sempre lo stesso ragazzo incapace di deviare il corso degli eventi.

Le occhiaie allo specchio mi ricordano gli eccessi della notte. Il ritorno all’alba e il sangue ancora immerso nell’alcol. Una serata folle…

 

Poi sento il sudore addosso e mi ritrovo al di là di quell’incubo, su di un letto dalle lenzuola madide. Si attenua il ricordo di mesi passati, di una stagione alle mie spalle. La mia ultima sbronza prima di lasciare gli studi e scegliere un’altra strada.

             Ora dirigo la mia vita seppur con dei vincoli. Conoscenti e amici mi avevano avvertito, «è una situazione difficile quella odierna, non si trova più facilmente il lavoro, neppure qui a Fabriano.»

            Fabriano la città della carta, una cittadina dipendente da pochi grandi industrie. Una ridente cittadina nell’entroterra marchigiano, la città dormitorio. Dove tutti i divertimenti per i giovani sono distanti per permettere agli operai di riposare…

            Un tempo si parlava spesso di queste cose con gli amici, ci si lamentava passando le notti al bar Centrale, aspettando di decidere dove andare.

            I giovani attanagliati dal dubbio non parlano più di questi piccoli problemi. In momenti di crisi come questi la certezza di un lavoro stabile è la prima necessità. Si deve pur lavorare per vivere dignitosamente.

            Ma è giusto abbandonare i propri sogni? È Una domanda che si ripresenta spesso quando ci si trova in una fase instabile delle vita; quando si è disoccupati. È possibile conciliare le necessità di uno stipendio con un lavoro piacevole?

           

I miei amici mi parlano dei loro lavori, le loro esperienze. I vecchi co. co. co. che vengono sostituiti con i co. pro. co., lavori intermittenti, di collaborazione, a tempo determinato. Salari e stipendi di 600 o 700 € in cui non sono compresi i contributi. In  quella miseria ci si deve far rientrare anche la quota parte per una pensione integrativa, se si vuol vivere una decorosa vecchiaia. Vitto e alloggio no, a quelli ci pensano i genitori, per ora. 

Il futuro è un lusso a cui nessuno pensa più molto. Si tira avanti sperando in meglio ma credendoci poco. Ma cosa succederà poi? C’è la possibilità di staccarsi dal cordone ombelicale? Riusciremo a smetterla di spillare soldi a genitori sempre più sfiduciati? Con quali soldi potremo pagare acqua, luce, gas, ICI e gli altri contributi? Domande, rimbalzi nella mente.

            Ecco il motivo degli schianti uditi in TV, spari che trapassano il corpo di genitori ignari. Tutta la nostra rabbia, depressione, insoddisfazione; incapacità trasmesse con un colpo di pistola. Un messaggio della fine delle vacche grasse. Siamo in secca di denaro e di spirito.   

Rabbia, impotenza e cinismo sono il circolo che ci rigira addosso ormai da anni.

           

Anche i piccoli imprenditori si lamentano, dicono di essere stati truffati dalle poche grandi aziende italiane che si sono accaparrate finanziamenti con varie motivazioni. I relitti del sud lo testimoniano, i grandi estinti; colossali capannoni in disarmo.            

Quando c’è ricchezza nel paese gli sperperi vengono dimenticati facilmente mentre con la povertà in ascesa tutti hanno da ridire. E si ritorna al passato, si ricordano gli insensati sprechi di risorse per rivendicare i propri diritti. Al contempo si dimentica di non aver vigilato su di essi, di non esserci informati. Continuiamo a scaricare le colpe sugli altri senza chiederci la causa del nostro menefreghismo.

 

E poi c’è l’economia. La crescita dell’Italia è inferiore a quella degli altri grandi paesi europei. All’università alcuni miei professori affermavano che  «l’attaccamento ai settori tradizionali determina l’incapacità competitiva. È necessaria più flessibilità e mobilità. Un paese economicamente rigido è un mercato morto, negli anni della globalizzazione. Se altri paesi aumentano le ore lavorative lo deve fare anche l’Italia. Se il mercato mondiale si muove verso una direzione, noi non possiamo scostarci da essa.»

A chi chiede perché mai si debba continuare a questo ritmo di produzione, gli viene risposto: «guardi il suo cellulare. È lo stesso di un anno fa? Ecco il motivo; progresso e crescita.» Eppure mi chiedo se non staremmo meglio con il cellulare dell’anno scorso e un po’ più di tempo libero a disposizione per cullare i nostri interessi. Inoltre ci sarebbe da aggiungere il discorso delle reti, l’economia in rete…

 

Fino a poco tempo fa non mi interessavo a questi problemi, io come milioni di giovani avevo abbandonato la politica, una cosa troppo sporca.

Fuggiamo da problemi delegando il compito ad altri. Loro sono i politici, loro fanno le leggi. Siamo degli ostinati “bonaccioni”, indifferenti alle nubi che coprono il nostro domani.

Tuttavia le cose sembra stiano cambiando. La gente inizia ad aver paura, a prendere informazioni.

 

Il lavoro è un enorme problema, un velo di disperazione attraversa le persone del mio paese.                 

            Le aziende che prima garantivano il lavoro a tutti hanno bloccato “temporaneamente” le assunzioni. Per ora; ma la crisi è estesa e la gente lo sa bene.

La gente teme.

 

Sento in giro di ragazzi diplomati in ragioneria preferiti ad altri in possesso della laurea triennale in economia. Dipendenti che non possono aspirare a ruoli più alti. Assunti senza possibilità di far carriera, di poter migliorare la propria condizione.

            Sono nel mezzo, come me, milioni. Ragazzi con un qualcosa in più del diploma. Un poco sotto la laurea. Siamo lì, in una situazione instabile alla disperata ricerca di un posto di lavoro. E i genitori si lamentano per il futuro che ci siamo costruiti, un futuro insicuro.

            Ci muoviamo per trovare un impiego, siamo sotto scacco di persone interessate a fare denaro.

Costretti a due, tre ore di straordinari giornalieri non pagati. Vittime di un ricatto posto in essere da soggetti in grado di piegare le regole e distorcere la realtà, sorretti dai giusti agganci.

 

            Ora la gente in difficoltà inizia a muoversi. Non accetta. Tanti come me vorrebbero di meglio, stanchi di scegliere il meno peggio; ma è già un inizio.  

C’è la volontà di smuovere le fondamenta partendo dalle nostre piccole realtà locali. Un fremito scuote la mia città, sta venendo meno la rassegnazione. Un accenno di reazione sta mostrando l’instabilità dell’attuale situazione.

Un barlume di speranza che potrà allargarsi in un limpido raggio di consapevolezza…..

 

            La luce mi punteggia il volto mentre con addosso ancora il torpore del mattino alzo la serranda e sazio i polmoni d’aria fresca. Guardo fuori e vedo il sole tentare liberarsi dalle nubi.  Magari ci riuscirà a strappare il velo che gli ottunde la visuale.

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