Lambendo follie [n°05] – illustrazione Stefano Ramadoro


Quest’oggi mi sono sdraiato per terra, sul pavimento. Era freddo, duro e contundente. Piastrelle stropicciate, abbozzate. Livide di rabbia, incazzate, scosse. "Lambendo follie" by Stefano RamadoroPercorsi in un solo istante ma era quanto di sufficiente potevo sperare. Guardando dal basso vidi mio padre, era disteso rigido di fronte. Il corpo in trazione in ogni singola fibra. Mi guardava con occhio da “pesce lesso”. Mi osservava così stupidamente da suscitarmi odio. Quale futuro poteva avere un simile uomo? Dov’era la sua speranza in un mondo migliore? Cosa avevo sbagliato?

Era sfiduciato? Continuava a tormentarmi con il suo mutismo. Stava zitto e imbambolato e mi scrutava con gli occhi, due orbite vuote. Giuro di aver pensato che si drogava. Ma sapevo che non aveva mai neppure fumato. No, non avrebbe perso la sua vita in un modo tanto stupido. In fondo era un ragazzo brillante, non era uno stupido. Mancava solo di iniziativa.

Lo cacciai via, e lui se ne tornò nella sua camera a fornicare con i suoi sogni di gloria. Sapevo che si era imbevuto il cervello di ideali, sparava utopie credendo di poter vivere solo di sogni.

 

Mi butto dal davanzale, sono solo pochi metri, meno di due, cadendo non dovrei farmi molto male. Mentre sono in bilico sulla ringhiera, un lembo di tessuto mi copre il volto. Cado inciampando, un piede fuori e una caviglia a contatto con il ferro. Non è duro come dicono, il ferro, ma gelido, quello sì. Nella notte volo fuori, mi afferro al vestito. Gogol mi sorride dal sopra il suo cappotto. Resto a penzolare nel buio con una caviglia frattura attaccata al parapetto. Fitto dolore mi scuote un poco le orbite. Tremo e piango. La testa battuta deve avermi allucinano la visuale. Nessun cappotto su cui appigliarmi, Gogol è morto, e forse se la ride. Mi vien da ridere e resto statico, fermo a dondolare sul balcone. M’addormento.

 

Mi risveglio il letto è ancora tiepido, il gesso è fresco. Mi circonda il piede fino a metà polpaccio.

Son scivolato, dico. La gente non mi crede. Quel che mi fa più rabbia è che la mia famiglia non se la beve. Allora mi invento una scusa più plausibile, gli dico di essermi sporto per aggiustare la grondaia e poi…

Cenni d’assenso, tutti che mi guardano e fanno di sì con la testa. Il mondo non è cambiato di un micron. La gente va ancora su e giù senza capire come e quando. La testa dei parenti inizia a penzolare sul collo, da una parte, poi dall’altra. Tutti sorridono sono felici della mia recita, chissà se il babbo sarebbe stato contento di vedermi.

Con la gamba rotta ringrazio il mio pubblico. La pazzia è solo un estratto della verità, la libertà arrivata all’assoluto. Sono certo che le cose funzionerebbero meglio se, oltre i residenti della “casa”, tutti si comportassero come me. Ogni spettacolo sarebbe vita vera. Ogni caduta uno scroscio di applausi, il realismo a regnare in contrasto con la logica.

Chi ha detto che se una mela vale due e una banana uno, io debba scambiare due mele per una banana? Se per me la banana vale di più? Se l’ho custodito io il banano, quanto vale la mia cura, il mio affetto?

Quanto vale l’abbandono di un orfanello rinchiuso in un cesto davanti l’ennesima porta?

Allora, credete si possa misurare il tutto con i soldi? No, certe cose non hanno valore. Come fai a contraccambiare la carezza assente di una nonna lontana? Gli occhi di una donna? O quel rivolo di gioia che zampilla quando ti senti rispondere sì alla domanda? Perché esiste una sola domanda per cui si può piangere.

Ed è il motivo per cui io ora penzolo dal parapetto, perché gli volevo tanto bene. Era cresciuta assieme a me. Piccola e fragile, con quel suo guscio duro. Testarda. Non si accontentava mai dell’erba che gli davamo, voleva sempre l’insalata fresca. E ai voglia a crearle ostacoli, a piantarla più in alto. Ci arrivava sempre. Era una stupida testarda. Ma era la mia.

Era, ora mi spiego la differenza che c’è tra i tempi. Come dice il nonno, le differenze bisogna passarle. E il nonno ne ha passate tante di situazioni strambe. Passa il tempo a raccontare le avventure della sua vita. Una volta, mentre il nonno parlava, guardai lo zio articolare un inequivocabile gesto rotatorio dell’indice attorno la tempia. Credo che sia questo il motivo per cui il nonno va matto per Gogol, tra simili ci si capisce meglio.

Il babbo, il babbo dice sempre ha mia sorella di non fare “certi” errori. Anche se non so a quali errori si riferisca, poi gli dice di capire cosa vuole fare. Lei glielo dice e lui non ci sente. A volte mio padre si diverte a giocare a fare il sordo. Poi cambia idea e fa l’arrabbiato. Sbatte la porta e va’ in camera sua. Lasciando mia sorella a dover spazzare in terra.

 

Penzolo ancora quando i miei genitori mi trovano. Appeso come un salamino ciondolante nel vuoto. Mio padre mi tira su dalla ringhiera mentre fitte di dolore mi attanagliano. Addosso ho ancora le lacrime versate per Alice. Sulla testa una strana protuberanza. Non riesco a toccarla ma so che la sentirei morbida e floscia sulle dita. Ho una certa esperienza con i bernoccoli! 

Tutti che gridano, è pazzo, è pazzo! Solo per essermi lasciato andare per un attimo. Giusto il tempo di sconnettere il cervello e lasciare che le mani afferrino la ringhiera. Solo un attimo. Ma basta per essere considerati degni da rinchiudere! Allora i miei, quando dicono a mia sorella di andarsene di casa? I cinque minuti capitano a tutti. Loro inveiscono su Anita, lei balla come un’indemoniata con lo stereo a “palla” a piedi nudi con i capelli che gli cadono da tutte le parti.

E io sono pazzo… Solo per aver voluto fare un salto un po’ più alto del solito. Se prendessi sul serio quello che mi dicono…… E comunque senza di me la casa sarebbe un mortorio.

Comunque, be’, mi resta sempre Ciarli, il buon vecchio topone con la sua codina rosea sfrecciante per la casa. Mia madre arriva sempre un secondo dopo con la scopa. Un gran furbone il mio Charlie. Ogni giorno  gli infilo un pezzo di Grana nella tana e lo ascolto rosicchiare. La nostra è un’amicizia a distanza ma ci vogliamo bene. E per il giorno del suo compleanno ho già in mente di regalargli una compagna. Ne ho vista giusto una nella casa affianco. Sono sicuro che sbocceranno tanti topini.   

 

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