L’ultima lettera [n°08] – illustrazione Stefano Ramadoro


               

      LETTERA A POSTERIORI

Siamo stati qui, io e te, mentre la quiete del bosco mi sottraeva i pensieri. Belli o brutti che siano, non ha importanza. C’era della magia nel modo in cui venivano cancellati, lasciando vuoti di morali.

            Devo aver pensato che c’era un legame tra me e te e il bosco. Quello spicchio di natura che copriva il Sole ombreggiando il prato spoglio su cui passeggiavamo. Non trovi assurdo come la natura riesca ben oltre dove l’uomo fallisce? Si posava sui di noi una sensazione leggera, frivola, un alito di pace. Eravamo staccati dallo strattonare di clacson sulla strada.

Ieri è successa una cosa magnifica, una gioia che ha coinvolto l’intera nazione nei festeggiamenti. Mentre ero tra persone festanti, però, io volevo essere altrove. Certo sarebbe stato bellissimo essere con te, ma mi sarei accontentato anche di ritrovarmi nel bosco. Purché solo. Ho bisogno di allentarmi da tutte queste assurde trasparenze e incomprensioni. Ripulirmi, imbrattarmi di “soledad” (solitudine).

            Allora? Come mai non sento più la tua vicinanza? Anche se posso acciuffarti quando voglio, sai, non è come se tu fossi qui.

            C’è una vespa che mi sta girando attorno da un po’. Devo ammettere di provare paura, per cosa poi? Per una punturina? Per un pizzico di dolore?

            E poi la vespa non mi pungerà se non la infastidisco.

È assurdo quanto mi accorga di averti amato solo dopo, quando ormai sei lontana.

Non mi proteggo più dietro a generalizzazione, mi comporto per quel che sono.

Non mi sentiresti più sparlare con frasi del tipo «gli artisti vivono in modo differente rispetto le altre persone.» Quelle frasi fanno ormai parte della mia storia, sono antecedenti ad ora. Tutto è cambiato da quei giorni, e tutto continuerà a cambiare rimodellando idee credute vere.

Sono esattamente me stesso, la differenza tra me e i pittori, è che loro solitamente non devono ripassare su ciò che han fatto mentre a me tocca rimodellare i dialoghi, le descrizioni. Ma anche questa, mi rendo ora conto, è una menzogna. Anche loro ritoccano una loro opera prima di terminarla. Solo io non ho la pazienza di farlo e per ciò mi sento gravato da un peso.

           

Ti ricordi di quando giravamo tra questi boschi? di come ti arrabbiavi quando ripassavo sulle gravose questioni dell’esistenza?

            Mi chiedo se hai avuto abbastanza tempo per raggiungere il fondo delle voci che affollavano la tua testa, proprio come quelle di tutti.

            Da quanto tempo è successo? Quanti anni sono che abbiamo scoperto come “ascoltare”? Molta gente pensava che d’improvviso sarebbe cambiato il mondo. I più visionari ci credevano davvero. Eppure siamo ancora qui, fermi  in un ingorgo, tra progresso e tecnologia. Immobilmente statici, possiamo teorizzare quanto vogliamo ma fino a quando… Sto ricadendo di nuovo nei miei soliti pensieri. Probabilmente se tu fossi qui mi sgrideresti, avvertendomi di non sporgermi oltre. Che non ne vale la pena, che è meglio prendersela con calma.

            Ma non è questo ha spaventarmi, madre. So bene che ogni mio scritto risulterà poco più di carta straccia, per me, nei momenti bui come questo (io, come tutti gli artisti). Fasi di una crescita a cui non ambisco più ma che mi vedo costretto a seguire da scelte fatte in precedenza. Scelte che mi han portato ad essere scrittore.

            Questo posso anche accettarlo, bene, ma come posso non ripudiare di terminare un lavoro se questo non mi è più gradito? se è solo uno scomodo passaggio appartenente al passato?

            Son ristretto dalla necessità del corpo a cibarmi per sopravvivere, e quindi a lavorare. Dove sono finti i sogni di quello scrittore secondo cui in futuro lavorare sarebbe stata una scelta? Nonostante tutte le evoluzioni di una scienza “strabordante” ancora le “vasche di coltura” non sono state inventate. Ancora siamo costretti a lavorare. E io non posso crescere. Il tempo concessomi è un tetto su cui sbattono le mie ali di sognatore.

            Madre cosa diresti adesso? Tu che avevi risposte per tutto?

            Ora che le persone sono in grado di ascoltare le voci emesse dal passato, che sanno dove ritrovare i ricordi perfettamente intatti, a patto che un filo d’emozione le colleghi ad esse?

Quando ti cerco, quando ti trovo, io provo le sensazioni, mi attraversano i tuoi e i miei pensieri. Un scherzo dell’empatia che sfocia oltre la telepatia. Come se fossi te, come se quella parte di te che mi è rimasta inchiodata all’animo riprendesse consistenza. E la scienza non lo spiega, la gente non capisce. Ma è vero, anche se è impossibile, è la realtà da cui non possiamo distrarre lo sguardo.

            Posso riascoltare mille volte le tue opinioni sulle mie domande ma quelle erano domande di un bambino o di un adolescente. Adesso non sono ancora un uomo ma lo sto diventando. Adesso mi rendo conto che le tue non erano sentenze ma opinioni. Nelle notti passate a rivederti ho compreso il relativismo in cui eri assorta. La grande libertà di immaginazione che lasciavi veleggiasse sulle risposte; risposte che a quei tempi mi parevano opprimenti.

           

Ecco, la vespa se ne è andata, senza pungermi. Ronzante verso altre lidi.  Il dolore non è poi sempre così necessario alla vita. Quella tua frase  «il dolore è parte della vita» non era un’affermazione negativa. Non imponeva la presenza della sofferenza nella vita. Era solo una constatazione, un incoraggiamento a non aver paura di soffrire per vivere.

            Era la spinta che tu cercavi di darmi verso la maturità, verso la piena coscienza.

            Un gesto d’affetto che ho compresso solo dopo aver rivissuto quei momenti.

Sono un piccolo artista, piccolo in quanto artista. Resomi conto di quanto assurdo sia continuare ad afferrare i pensieri che sferzano la mia anima. Agguantarli impiastricciando fogli, ecco cosa faccio. Non c’è mai una fine, un limite alla grandezza che mi esplode in petto, né alla tristezza che comprime le mie cervella.

            Ogni volta son certo che sto volando, poi mi rendo conto che sto solo girando attorno, poi di nuovo che mi sollevo, poi… è un  cerchio di passioni che non si spezza. Ecco cosa rende differente me da molti altri, la frequenza e l’intensità del volo e dello schianto.

            L’aver preso coscienza m’ingabbia in una necessità di andare oltre, pur sapendo che al di là di quella conclusione c’è dell’altro, qualcosa che (in minima parte) riuscirò ad afferrare nelle ascese successive. Come se eseguissi passi da gigante per poi ritrovarmi avanti di un soffio. Avanti… verso dove e cosa non si sa. Solo oltre… e ad essere sincero non ne capisco più il senso. Non do un motivo al mio testardo proseguire, eppure l’evoluzione è divenuta il motivo stessa della mia esistenza.

            Mamma, quand’ero piccolo tu mi apparivi così serena.. così fastidiosamente certa. E invece non era sicurezza quella che ti schiariva le giornate, era solo una grande capacità di accettazione dell’essere noi stessi senza ritrarsi. Accogliere le giornate serene così come i colpi inferti dal destino. Un cerchio che non si chiude ne lo farà mai, un cerchio imperfetto che non si riconverte su se stesso. Una linea che prova a ricollegarsi al suo principio ma che la necessità di crescere allontana da quell’inizio.

            È così che ho stracciato tutte le teorie sul fatidico “cerchio della vita”. È così che ora tuo figlio sta sbrindellando le idee che ti hanno resa celebre.

            È così che ti seppellisco relegando i tuoi saggi nella storia passata.

            Mi dispiace, io credo in quel che scrivo, e non posso lasciare morire un’idea solo per rallentare il decesso delle tue.

            Ti amo madre, scusa.  

 

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