Piccole cose [n°03]


Cartelle sulla scrivania di casa.

Impegni da ricordare, fra cui molte hanno un interesse banale.

Come piccole gesta tra le cose da fare.

Come impegni senza importanza,

                          da non realizzare.

 

Tra le tante allegorie passa un disteso ruscello di serenità.

Le foglie cadono a pelo d’acqua.

Gli insetti posati su di esse vedono la morte avvicinarsi e lambire il bordo ondulato della loro vita.

Pesci di striature diverse emergono incuriositi da quel nugolo di corpi estranei.

L’albero è libero dalle fronde appassite e con un’ultima ondata di fogliame si scrolla delle tardive devote.

Con un gorgoglio, un grande pesce dalle squame indaco macchiate d’azzurro, rovescia una foglia appassita.

L’occhio del pesce che disegna sulle scaglie un cerchio perfetto e immobile è l’ultimo pensiero passante per la testolina di una formica stremata dal continuo scuotere delle zampette sull’instabile superficie dell’acqua.                                        Una goccia si fa largo sull’appoggio ocra di un bruco, sfilando via per una valle della foglia secca.                                                              Le ondate  successive lo dirigono alla costa dove si appresta a tornare in vita.

Altri cerchi smuovono le acque e le fronde cadute, alcune si affiancano alla riva o si infilano nelle profondità del laghetto, trascinate nel mezzo. Dove l’acqua acquista una coloritura più intensa, dove nuotano moltitudini di animali                              

              d’acqua dolce e salata.

In questo ingorgo del fiume, a due passi dalla foce, dove vi è scavato un buco nella terra, s’incontrano pesci dalle          

sagome differenti e dalle abitudini difformi.

Qui un pezzo di mare entra nel fiume e una lingua del corso d’acqua si tuffa nell’immensità di una minuscola distesa marina. Come anguille e calamari sfiorarsi,

come squali e pesciolini sussurrare, come orsi e salmoni bofonchiare, come balene e unicorni divulgare, come caimani e triceratopi spifferare la storia, come Maya e spagnoli a dialogare,

come indiani e coloni a chiacchierare delle proprie convinzioni.

Senza trafiggere, senza straziare, senza trivellare, senza martoriare e colpevolizzare.

     Senza condanne, senza colpe, senza genocidi, senza la necessità di dominare.

 

Come animali di terra e di mare convivere; d’aria e di fiume coesistere.

Acque dolci e salate sono la stessa culla di vita, la stessa terra da calpestare, la stessa pelle dalle diverse tinteggiature.

 

Ci si potrebbe gettare nelle fauci di fiumi estranei e lasciarsi trasportare da altri credo.

Un pesce dovrà pur buttarsi nell’ignoto per raccordare i molteplici volti dei terrestri.

Alcune formichine hanno percorso l’instabile passerella di collegamento,

 ora restano solo i miliardi d’insetti rimasti…

 

Mentre a lato, sulla riva del ruscello, i vermicelli sopravvissuti si godono un attimo di serenità; una piccola vittoria su di un’altra asperità scavalcata, attendendo l’arrivo di nuovi superstiti che la guerra con la vita aveva allontanato.

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