Luci & Natura [n°30] – illustrazione Daniela De Maria


A partire da questo numero viene inserito FISSO sotto al logo della rubrica    

sito del gruppo artistico giovanile “saltatempo”

gruppo-saltatempo.blogspot.com

 

 

Ringrazio Daniela De Maria per la splendida illustrazione che offre al lettore nuovi incanti su cui riflettere.

Il racconto è stato inserito all’interno dell’esposizione artistica aperta al pubblico tra il 1° e il 14 aprile presso la libreria Borea; esposizione legata alla manifestazione sulla “Decrescita”.

"Guerra" by Daniela De Maria

 

Kykio passeggiava lungo il viale. Le piante tutt’attorno spezzavano la luce possente di un sole estivo mentre difronte a lei si ergeva un imponente edificio. Entrando non si aveva l’impressione di finire in un vero e proprio palazzo. Era più, come se la natura fosse stata trapiantata dentro. Il pavimento era in legno grezzamente lavorato, agli angoli si scorgevano le smussature formate dalle balle di paglia compressa ricoperte di uno spesso strato d’intonaco in sughero. Quel che rendeva speciale il museo era la struttura,  i pilastri, se così li si volevano chiamare, che sorreggevano il tetto. Erano gli alberi stessi che attraverso un giocoso intreccio di capriate sostenevano la copertura. Fili cadevano dai robusti rami, fili a cui erano appesi quadri, foto, sculture. Immagini che passavano dal tempo antico dei samurai, all’unificazione dell’impero. Foto e pitture mostravano la sottomissione del 1854 nei confronti del commodoro Matthew Perry, ricordavano i kamikaze caduti per difendere un sovrano corroso da desideri di conquista. Nella sala accanto, Kykio scorgeva l’abbaglio di fiammelle che cadevano sulle case in legno. Razzi che si frantumavano a poche decine di metri dal suolo colmando di schegge infuocate il cielo notturno. Sentiva gli urli, le fughe, i pianti. Un documento, una realtà mostrata nel cartone animato “Una tomba per le lucciole”. Un omaggio a tutti coloro che erano state colpiti dalla seconda grande guerra.

Proprio il disprezzo per la guerra era stato uno dei motivi per cui aveva deciso di abbandonare una vita considerata sbagliata. Uno dei tanti. Come la paura per un’apocalisse climatica da lungo tempo annunciata, o il timore di una storia incanalata nei binari della Salamandra di Fuoco o del Grande Fratello. Moniti espressi da scrittori visionari,  simboli di dittature protette dall’incomunicabilità degli uomini.

Ma in fondo, giù, dove solo da poco tempo era giunta, dove solo la lunga esperienza di vita maturata in saggezza l’aveva portata. La donna aveva compreso il reale motivo della sua scelta. Non erano state logiche di rifiuto a portarla verso quella strada. Lei voleva costruire. Cercava uno stile di vita diverso che le concedesse il giusto tempo da dedicare alla famiglia, agli amici. Pensava che quello sarebbe stato un altro passo verso l’evoluzione dell’uomo, un’evoluzione spirituale più che materiale. Un passo indietro dell’industria, un salto verso l’ignoto per lo spirito. Poteva notarli, poteva viverli questi pensieri-ricordi attraverso le tele brillanti di colori. Splendenti, colorite, accese. Soli come arcobaleni, case come porte dell’anima in cui riscoprire il calore primevo dell’intimità e gradevolezza di sentirsi Umani. Questo nuovo passo aveva portato verso una nuova sensibilità, un diverso contatto con l’intorno, una maggiore consapevolezza. Essere quasi autosufficienti significava non gravare più su milioni di individui, spezzava il rapporto maledetto, quella proporzione che imponeva al 20% della popolazione di oberare il restante 80. Cambiava tutto, scopriva una nuova prospettiva da cui osservare il mondo. Si sgretolavano i rigidi schemi mentali che rendevano gli uomini schiavi d’un meccanismo ottuso, si liberava la fantasia. Non a caso era sorta immediata una vampata di nuove generazioni, di liberi pensatori, artisti.

I bambini giocavano senza costrizioni, senza mattoncini da allineare con un preciso scopo. Avevano spazio, alberi su cui arrampicarsi, dondolarsi, prati per giocare, collinette da scalare. Riprendevano possesso della loro sterminata immaginazione ricreando paesaggi tropicali con navi solcate dai pirati, o colline brulle in cui galoppavano cavalieri alati e bellissime ninfee sgorgate dai fiumi impetuosi.  

Era stato un passaggio graduale a portarla a Liun. Da prima l’abbandono della metropoli natale e l’arrivo nel paesino, poi la decisione da parte del piccolo consiglio cittadino di spostarsi verso il riutilizzo di materiali e la permacultura che consentiva una certa autonomia, almeno per i fabbisogni primari.

Era stato un passaggio non privo di difficoltà. Rallentare i ritmi significava anche perdere alcune comodità a cui ci si era ormai abituati. Sottostare, in un certo senso, ai dettami imposti dalla natura. Divennero poche le giornate in cui si viveva di notte. La vita tornava ad essere quella degli antenati, quella illuminata dal Sole e non dai neon.

Quanto aveva perso e quanto aveva realmente guadagnato era difficile da stabilire. Era difficile riuscire a prevedere quale tra la società consumista soggiogata da un’economia finto-capitalistica e la società della decrescita basata su di un commercio equo e solidale, avrebbe infine avuto la meglio. La vecchia Kykio sapeva di aver fato del suo meglio per diffondere le sue idee, aveva scritto saggi, romanzi, poesie; dipinto e scolpito idee. Si sentiva a posto con la proprio coscienza, e questo, assieme all’affetto con cui la coccolava la sua famiglia, la radiosità dipinta sui visi dei piccoli che le scorrazzavano attorno e altre mille minuscole sfumature di buonumore, le permetteva di accettare la recente scomparsa del suo Yui. E la paura, la più grande paura dell’ Uomo, la paura del vuoto, del non sapere cosa si trovi oltre la morte.  

 

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