Dea a sorpresa [n°09] – logo Marco Stagnozzi


La rubrica dell’anno scorso è maturata. Presenta commenti e illustrazioni realizzate da ragazzi diversi che lega gli autori. È  una commistione, un racconto e due differenti punti di vista esterni che esprimono le proprie, indipendenti, visioni, così che il lettore sia il quarto punto di vista. (Opere che troverete nei prossimi numeri)

La rubrica cambia, si fa adulta, a volte, tocca temi importanti, contundenti e contrastanti.

 Perché nel nostra cittadina c’è un’esplosione di talenti dovuta alla ristrettezza degli spazi in cui poter respirare arte. Giovani che stanno scheggiando argini. E questi artisti, coinvolti assieme, stanno generando succulenti prospettive.

Ringrazio Marco Stagnozzi per essere l’artefice dell’affascinante logo della rubrica, abbondante di metafore.

"Black rose for Goddes of tears" by bionic man20

 

Apri, come una scatoletta.

Prendi in mano il tuo squarciascatole e afferrami le cervella.

Butta via e scarta le brutture, l’odio, tutto quelle che ho sbagliato ad imparare

 

Prendi le mie mani, abbi curiosità

Per quel che sei, 

mia divinità.

Mia, creatura, mio ricordo di tempi sprizzanti

Perché non riesco ad immaginarti?

Perché non riesco a piangere la tua assenza?

Dove sei adesso?

Dopo che ti ebbi scritto, dopo che ti sei spenta

Presa dalla mia mente è strappata, rinchiusa tra le pagine di un libro

Che non serve.

Che non aiuta, solo per una pubblicazione

Per avanzare in direzione di un sogno

Quella seconda alba sulla destra che è segnalata dal fumo di un comignolo.

Preceduta da tempi sporchi, da malattie, da mal di stomaco, da intolleranza d’intestino e di pelli.

Una pelle di scrittore che neppure vorrei se non fosse che dovrei campare, dovrei trovare un modo.

Sporcarmi,

sorrido. È come un tuo scatarro che cade in giù senza alcuna utilità

 

La voce che batte al ritmo di grancassa mi ricorda…

Muore la forma, il verbo ed il sapore
Muore il desiderio, la voglia e lo stupore
Muore l’idea di me che c’è nella tua mente
Perciò è meglio che tu non pensi a niente […]

Mentre uccidevi l’anima
Mentre uccidevi

Mentre uccidevi l’anima
Proprio come tutto il resto ha fatto

    (proprio come tutto il resto) […]

Proprio come tutto il resto ha fatto già *

 

 

E il ricordo, e la pelle di quei giorni…

Dove mi piace pensare che il cielo era brullo, sgangherato tra nubi, stelle e lune..

Competizioni di paesaggi orgogliosi d’essere radiosi

Bellezze logorate dallo svenevole andare e venire di quest’uomo

 

Mia dea, sai, ci sono uomini e donne che stanno leggendo, e magari bambini e magari una bimbetta carina e curiosa che corregge ogni mio errore, ogni tempo diverso dalle precise regole grammaticate.

Una bimbetta o forse una vecchia che sta lì stupita da tanta ignoranza. Un prof che non accetta che l’arte non poggia su nessuna regola, non richiede un linguaggio unico ma questo si reinventa ogni volta, e chiuderla in uno sgabuzzino di regole stantie ne deteriora l’anima e la natura.

Del resto, qualcuno l’ha inventate quelle regole – direttive a cui ci atteniamo -. Forgiate sulla base delle idee che gli si erano mescolate dentro e della storia che gli scorreva attorno.

Potrei chiamarti Gea, mia dea, ma il nome non ha importanza.

Non importa che mi sentano, è solo che l’ho detto, che l’ho fatto per me.

Per cui, guardati dentro candida signora di ogni luogo, e continua a spiegarmi, come fossi il tuo stregone.

 Come fosse il ritorno di quella madre padrona delle terre che una rosa a cinque punte, mal interpretata, ha cacciato via.

Io non ballo, non bollo pentoloni, non venero. Io scrivo perché così chiedono i tre elementi che mi stanno dentro. 

Ma di questo, ora, si presume il bisogno,

nei momenti di collasso, una società espelle l’error.e

 

Riusciremmo a cancellare anche quelli e ad evolvere. Come esseri mutanti e dissacranti ogni menzogna, come alberi che fungono da ponti fra le stelle, come scorci che la mia immaginazione, fusa assieme a scrittori fantastici genera.

E c’è chi mi crede colmo di fantasia, si stupisce, e non sa che è sufficiente piegare le regole di quel che si vede per aprirsi a concetti implausibili.

Come chi dice che non bisogna metterci di mezzo la propria vita in quel che si scrive.

Ricordo che rimasi sguarnito di risposta, era troppo vuoto quel che mi stavi prospettando, che volevi definire scrittura.

Potrei farti degli esempi… ma ora non si risvegliano.

 

Scrivo di lettere a conoscenti ed anonimi lettori, all’indirizzo di uno spazio da colmare, di distanze da spezzare.

Catene, catene e vermi, e serpenti….

Perché l’uomo teme dei simboli? Ne vede solo una parte

Perché catene nn potrebbero essere anelli che uniscono?

e non constrizioni da spezzare?

(mi consentite di aggiungere una “n” di troppo per rafforzare l’aggravosità di una ristrettezza?

Vi consentite di ampliare il linguaggio per renderlo più proprio?

È sufficiente che nn generi una smisurata confusione… ed il messaggio raggiunga il destinatario

Meglio se il messaggio contenga immagini, suoni, sapori, tutti concentrici nell’autore

Ogni parola come firma)

 

Perché questa voglia di essere indipendenti, di volerci sempre più soli?

Stride, deride

 

Mi stuzzica la curiosità meditare si ogni spinello che la mia dea si sta godendo. Ogni nube che sta inalando e la inebria.

Non hai due mani, o forse nessuna, forse tentacoli, non vedo motivi di concepire la bontà come un essere simile.

I paragoni falliscono tra esseri

Io solo sòno la risposta

Il mio mondo mi chiama, come suo suddito, rispondo, in attesa di congelare ancora il tempo e schernire il peggio.

*  Pop (Germi), testo degli AFTERHOURS

 

 

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