Nei loro occhi [n°10] – commento di Lorenzo Allegrini


La frammentazione come cifra. Periodi brevi, e l’incomunicabilità delle persone che si materializza in veri e propri paragrafi autosufficienti, in “persone paragrafi” si potrebbe dire. Questa caleidoscopica varietà si riflette nei pensieri dei personaggi come nel mondo che, grazie agli occhi “della mente” degli stessi, si riesce ad intravedere nel racconto. Un mondo di sussulti intensi come rivoluzioni, e di successive violente disillusioni, aride come deserti dell’anima. Dunque, buona fortuna a chi riuscirà immediatamente a ricostruire con la precisione di una realistica fotografia il filo conduttore del racconto di Lorenzo. Come buona fortuna bisogna augurare ad ognuno che tenta realmente di ricostruire la complessità del mondo vero, quello in cui tutti viviamo con milioni di punti di vista diversi.

Lorenzo Allegrini

 

 

Miguel

Sbuffo odio, scalcio di rabbia, e premo. Premo le dita su questa piuma pesante come il grilletto di una pistola fumante. Come le lacrime tonde che si infrangono gocce sul terreno. Lento scivolo indietro di pochi momenti a quando giacevo nel terrore. Alle spalle larghe di mio padre coprirmi dai colpi. Bossoli morti finiscono a terra scrosciando secchi sul pavimento. Stridono coi lineamenti docili di una donna sorridente. Vecchia e gioviale signora, vista da lontano, dall’altra parte della foto. Il tempo era un risvolto che mi apriva l’immagine di decenni passati. Immobile nella sua posa, la foto della nonna riposta sulla massiccia scrivania. La nonna che non avevo mai avuto. La madre che babbo guardava sempre in un lieve sospiro.

La nonna… e il padre ora stava morto.

Logoro di paura, zuppo di sangue, il marmo inghiotte le macchie. Risucchia l’emozione di un bimbo disperato nel vedersi puntare dalla morte. Un ometto innocente pulirsi la manica sporca. Premere su una linguetta d’acciaio nero sprofondando l’incubo in un bagno di morte.

Fu così che accade, l’assassino ricadde sul corpo del padre e giacque morto. 

Mentre fuori un altro innocente moriva, un altro araldo di libertà periva; fu colto d’improvviso e finì riverso cadendo lungo le scale d’ingresso del palazzo presidenziale. Uno solo di scuro nero, un solo piombo a infilar il cervello.

Fuori appassiva la conquista di anni di dure lotte per la democrazia, carrarmati ornavano i cadaveri sdraiati.

 

Alejandro

Sgorga rabbia dalle mie vene. Odio di bambino, di quando vidi mio fratello cader giù per le scale. Quando lo vidi schizzare di morte dalle cervella. Di quando tutto il mondo tirato su a fatica da mio padre venne abbattuto a fucilate.

Sgorga rancore dal mio petto mentre mi vedo già morto. Imprimo lo sconforto sullo specchio. Anche un bimbo avete reso sicario!  anche il mio innocente fratellino avete insudiciato del vostro gioco; Io vi odio! Il dubbio mi percuote, lo sconforto che mi date è ben più pesante di queste coltellate di mitraglia. Avete umiliato la purezza, avete minato il mio animo. L’avete strappato delle sue certezze. Non c’è più niente che mi leghi a questo vostro mondo. Sono io a voler morire prima che le vostre ferite mi pieghino. Non mi è comprensibile un mondo in cui un bimbo incarna la morte; anche se di un vostro “esecutore”. Non lo accetto, preferisco morire.

Crepa; ogni sprazzo di specchi ha una crepa, una taglio sul filo acuminato. La superficie sbilenca mi passa sul dito lasciandovi una colorita scia. Una scintilla di vita zampilla. Poggiandola sul polso mi sento svuotare, dico addio, avete vinto, vi lascio questo vostro insostenibile mondo.

 

 

Mercedes

Era solo un bambino, cosa c’entrava con questa guerra? Cos’aveva a che fare? Solo ieri gli avevo rimboccato le coperte lasciandolo al suo riposo. Come potevo solo immaginare che sarebbe stato il suo ultimo sonno? Se lo avessi saputo l’avrei stretto al petto, un po’ più vecchio e non più buono come allora a frenare la sete di un frugoletto; ma ancora arde di calore, ancora scalda il cuore il suo abbraccio. Un’ultima premura per quel bimbo che fra tutti era il più vicino ad un figlio. Accudito e allevato per anni, sin da quando lo cogliemmo come fiore ribelle tra i resti della guerra civile. Appena nato e già destinato a finire. Crebbe come Miguel, figlio del presidente Sanchez. Solo sei anni… sei anni di proroga al destino. L’avrei cullato fino al mattino, per coccolarlo, come la madre cadavere che lo accudiva in un abbraccio, il giorno che lo trovammo orfano.

Non posso fermare la guerra, né salvare il bambino; solo piegarmi al nuovo padrone. So che questo non mi permetterà di chiamarlo per nome, né mi considererà a lui uguale. Non mi faccio illusioni. Quelli là fuori li conosco. Ho vissuto tra loro l’infanzia e l’adolescenza, passando da aiuto domestica a oggetto di piacere. Sono una serva e donna e di colore. Sono al gradino più basso nella loro scala sociale…ma continuerò a vivere, a lottare e sperare che avvenga una nuova rivoluzione…

 

Ana Rosa

Steso, sdraiato in terra, morto. Il figlio del mio padrone. Non accettava farsi chiamare padrone ma sono vecchia e da certi vizi non c’è guarigione. Una vecchia cuoca che non ha più padrone.

È finita la rivoluzione. Non ho mai capito nulla di politica. So solo che il mio padrone era un uomo buono, era il padrone migliore che abbia avuto. Lo conobbi quando era ancora un “chico” con in testa una gran confusione. Mi presentai invecchiata alla fine della ribellione. Ero una buona cuoca, conoscevo molti modi per stuzzicare il palato e l’esperienza non mi mancava. Non rimpiango i pochi anni passati in questa casa.

Ma il padroncino Alejandro! giusto un ragazzino, si è tagliato la vita con le sue mani! Avrei voluto fermarlo, ma il corridoio era lungo.

Mi guarda dritto con i suoi occhi chiari, puliti, rimasti scoperti. Mi è caduto tra le braccia con appena uno zampillo di sangue ancora in corpo. Ed ora il suo sguardo è inchiodato al mio, accasciato al mio corpo di vecchia, un ultimo contatto con un corpo smunto. Neppure il bacio di una giovinetta per sigillarne la scomparsa.

Le urla non bastano, non servono a placare. Grido il mio sdegno nell’incessante sibilare di proiettili. Da alcune camere giunge ancora il frastuono di una opposizione. Un ultimo gesto di ribellione; una utopistica, stentata resistenza.

Nel furore della battaglia quasi spenta, mi metto a correre, cerco di scappare urlando pazza per il salone sino a quando un sollievo penetra il cuore. Crollo, e l’ultima cosa che vedo è la balia dipinta nella sua rassegnazione.   

Lorenzo Ramadoro

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