Altri Tempi [n°12] – illustrazione Daniela De Maria


 

Con questo numero saluto i lettori per le vacanze. Vi lascio con un racconto leggero, gustoso; adatto a ragazzi e meno giovani, condito da un poco di scetticismo per il presente e speranza nel domani. Un storia che richiama le nostre terre, sbalzando il passato nel futuro.

Buona lettura.

 

                                                 Illustrazione di Daniela De Maria 

 

C’era una scusa curiosa che si usava quando eravamo giovani.

Quando una donna era quella che sposavi, e l’accettavi, e non pensavi più che ci potevano essere donne migliori di lei.

Quando non avevamo bisogno di reti per sentirci parte di un gruppo. Quando si era meno soli e più sereni.

Quando le storie non le vedevi davvero, ma te le immaginavi nei racconti accanto al fuoco.

Quando la palestra era alzarmi la mattina all’alba e parare le pecore. O spazzare per terra raccogliendo cartacce con un bastone appuntito. O cogliere frutti e mietere il grano. E non esistevano operatori ecologici, anziani, o altri parole simili. Quando non ci si sentiva offesi per essere stati chiamati contadini.

Quando una bistecca la mangiavi solo una volta al mese ma lo sentivi il sapore, e non la vedevi dimezzarsi sulla piastra mentre la cocevi.

Quando si era gente semplice senza bisogno di sabato notti o di schifezze per rallegrarti la serata. Bastava il vino, e nessuno moriva ammazzato alla guida, perché si restava in paese.

Adesso c’è questa strada che se la segui ti porta ovunque. Ci puoi andare anche in Inghilterra, dove sono tutti matti e appena arrivi ti cambiano il verso della vita. Una volta bastava poco per capire come girava il mondo. Sapevi che c’erano dei nemici, per alcuni erano quelli rossi al di là del mare, per altri quelli oltreoceano.

Ora li vedi, questi giovinetti. Non sopravvivrebbero senza i loro pc o le loro scatole per giochi. Senza un aggeggio con cui puoi parlare con tutti quando vuoi, e per questo ci parli anche quando non serve.

Sono flaccidi, questi giovinetti, lo è anche mio nipote. E mio figlio non vuole che venga in campagna con me, preferisce affidarlo ad una scatola piuttosto che farlo faticare. Stanno sempre a cercare, questi giovani, a porsi domande, quando potrebbero seppellirli tutti sdraiandosi sul prato dopo una giornata di lavoro.

E poi ci sono tutti questi complessi di cui sento parlare, Electra, Edipo. Ci sono pedofili e satanici, ci sono i serial chiller e tanti altri pazzi. Per fortuna, da noi non ci sono ancora ragazzi che vanno in giro con una mitraglia in tasca.

I giovani ripetono, dall’alto della loro cultura, che noi vecchi siamo ignoranti e non capiamo il mondo. Che non sappiamo nulla di quanta povertà c’è sul nostro pianeta; di come chi produce farmaci ammazza gente in africa, né di come i governi del sud del mondo vengono governati con il terrore da potentati politico-economici, come dice mio nipote.

Sarà che sono vecchio, ma per me l’America non è a portata di mano, è più un posto da cui giungono cartoline imbevute di speranza. Io la ricordo così, com’era quand’ero bambino, e mio zio, il più avventuriero dei cinque fratelli, se ne andò là per non fare più ritorno.

Al mio tempo non si sapeva niente dei problemi degli altri continenti, noi pensavamo a vivere.

Dicono che fra poco gli africani ci invaderanno, o che gli arabi hanno in mente di fare tanti figli da avere la maggioranza.

Non mi è mai importato niente di ideologie, e neppure della pelle. Se questi arabi, questi ragazzi, sono più robusti, più adatti alla vita, forse, sarebbe addirittura meglio.

Comunque, ora non ho più una terra, piante da coltivare o polli da allevare. Da qualche tempo me ne sto semplicemente a casa a leggere libri o a bere un goccio con i vecchi amici di sempre. Non è proprio questo la vecchiaia che avrei voluto da giovane, ma mi so accontentare.

 

 

 

Caro nonno,

ho ritrovato questa tua lettera tra le scartoffie. Non so se la volevi spedire a qualcuno o se la tenevi senza motivo.

Posso dirti che il mondo è cambiato. Viviamo in una penisola che pur chiamandosi ancora Italia non ha più “italiani”. Non ci sono più razze differenti di cui aver paura. Siamo solo persone, solo uomini. Un po’ cinesi (dopo il loro boom economico), un po’ americani, e un po’ africani, un po’ europei e un po’ d’altro. Quanto alla fiacca, avevi ragione. E infatti adesso si sta tornando alla natura, ma è nel normale ciclo della vita, non credi? Abbiamo capito che non siamo superiori a nessuno e che abbiamo dei limiti. Che possiamo morire se non rispettiamo l’ecosistema. Che la catena alimentare non ha eccezioni.

Così abbiam messo su questa cittadina, piccola, cercando di riprenderci un po’ della tranquillità che le troppe automazioni ci avevano tolto. Cercando di bilanciare tecnologia e natura.

Abbiamo capito che la psicologia è uno strumento da non diffondere in modo avventato, che poi si generano complessi idioti e malattie innaturali dovute alla ricerca di una diversità ostentata.

Quanto alle bistecche, adesso hanno un altro sapore. Adesso ogni zona ha la sua frutta e verdura. E non si trovano cibi esotici. Al più si scambia carne e verdura con le zone confinanti.

E l’acqua… dopo aver toccato il limite della follia vendendo acqua di iceberg, adesso ognuno beve la sua. Acqua liscia per tutti!

I figli crescono circondati dal verde e dalle montagne, vanno a scuola e apprendono anche i meccanismi di termodinamica e fisica.

Ma non c’è solo chi vive in paese. Altri sono rimasti in città, fedeli alle idee del capitalismo vecchio stampo. Che dire? Sono scelte. È molto più facile accettare le differenze quando non si è regolati da un orologio che ticchetta sempre troppo veloce.

Una cosa che forse non ti saresti aspettato è che la carnagione diventa sempre più scura in ogni generazione che sorge. Sai, il nero è un gene dominante. Per questo di biondi se ne vedono più pochi…

Le strade di cui parlavi esistono ancora, ma stanno per lo più venendo divorate dalla natura, dato il loro scarso utilizzo.

E i satanici… be’, si è scoperto che erano solo gente che adorava la donna come simbolo di fertilità e della ciclicità della natura, cosicché molti si sono uniti a loro in questa adorazione.

Ma io preferisco adorare mia moglie, e lasciar stare la trascendenza, che non fa per me. Sarà che ho ancora tracce di quel sangue da metalmezzadro di cui mi parlavi.

Più contadino che operaio, però, più rustico e meno fordista. Già… 

Adesso ci si sta ristabilizzando dopo il quasi “second impact” (come lo chiamavano in televisione). Dopo una catastrofe evitata per un soffio, si è tornati a vivere. Sereni, tranquilli, con la giusta calma di chi coltiva una pianta attendendone la fioritura, accettando il rischio di intemperie e di parassiti. (Si usano poco i fertilizzanti e gli altri agenti chimici, adesso).

Ora che ci penso, forse questa lettera l’avevi lasciata a me, e forse io la sto lasciando a mio nipote. Forse diverrà una tradizione da portare avanti con cui ricordare il passato e fare il punto sul presente. Chissà, la vita è bella perché è strana…

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