L’aLTRA (1) [n°14] – commento Federica Pallotta; illustrazione Elisa Mearelli


Nel nostro piccolo, nel nostro mondo capita di conoscere persone che hanno gli stessi problemi dei due personaggi del racconto di Lorenzo. Due innamorati che combattono contro il più duro dei cattivi: la droga, la dipendenza, che porta alla solitudine. Perché se quando cominci sei piena di amici, in compagnia, poi tutti ti abbandonano a marcire con quello schifo. Maledici chi per la prima volta te l’ha offerta, te l’ha venduta, ma chi ha messo i soldi sei tu, egoista creatura che quel giorno ha voluto provare cosa significa drogarsi, la cocaina, l’eroina. Sapere che poi nessuno riuscirà a tirarti fuori, forse ti spingerà a non iniziare mai. Sapere che per quello schifo dovrai morire ancora prima di quanto il destino abbia deciso per te, ti spingerà a non toccarla, e quando qualcuno te la offrirà, la prenderai e la butterai nel cesso.

Il letto è madido, pregno di sudore

Lo vedo girarsi e rigirarsi tra le lenzuola. Lo raccolgo come fosse un cucciolo proteggendolo da sé stesso, dalla sue paure. Un abbraccio che è retaggio di un passato limpido.

Lo bacio sulla fronte, i tremiti diminuiscono.

Poi lei risale dalle viscere.

            Lei, L’altra. Quella che l’’ha portato via da me. La schifosa che lo vuole stringere a sé. Ma io non mollo. Non lo lascerò uscire dalle braccia. Lo costringerò in una gabbia di amore e cure, fino a quando lei sarà solo una ricordo. Un pezzo oscuro del suo passato da gettare nell’oblio. Io l’amo, questo scricciolo d’uomo dalle spalle larghe ridotto a pelle e nervi. Teso, con gli occhi persi nell’immenso biancore del soffitto.

La luce del sole attraversa la stanza fermandosi con i suoi raggi ai piedi del letto.

Il suo è un tremare incostante che  s’alza e ridiscende d’intensità. Lei l’ha reso timoroso, capace di aver paura. Gli ha mostrato l’eventualità della morte accompagnandolo fin sull’orlo. Lui ha visto sotto e non ha più dimenticato. Non si può dimenticare una simile visone. Una così pressante presenza della morte.

            È lì. Palpabile, al tuo fianco.

È un’eventualità più che possibile. Ogni volta che la incontri sai delle sue due facce, sai che potrebbe rivelare il suo volto scheletrico. Rapirti, portati via.

Non più per un breve periodo. Non più un gioco. Sai che lei potrebbe ucciderti. Da lì in poi si vive nella paura. Si trema, si impreca. Ci si accanisce sugli altri. Non si è più un gruppo di amici ma un branco assetato di moneta. Si è marionette, sudditi, schiavi.  E quando ci si rende conto della realtà, della verità nelle frasi fatte dei genitori, è troppo tardi. Ci si sente merde, si è nullità.

            Ma io ho un obiettivo. Un scopo preciso, e non permetterò lei di portarmelo via.

            Un sussulto ancora e perdo il filo del pensiero. Mi raggomitolo attorno al mio uomo. Lo tengo stretto a me, al mio corpo. La testa poggiata al mio seno, lo cullo.

 

 

Lei è lì.

Accanto a lui, dentro lui. Nella sua testa. Non pensa che a lei; ed io… sono solo un corpo da abbracciare, una donna su cui sfogarsi. Le lenzuola sfatte dal nostro fare l’amore s’impiastricciano del sudore causato dalle convulsioni.

            Ventiquattr’anni e siamo già una coppia spezzata. Le mura attorno sono nostre, nessun genitore a discutere sul fare e non fare.

Eppure mi tornano in mente i ricordi di famiglia. Di una famiglia non più mia. Quel giorno mia sorella faceva formine. Raccoglieva la sabbia in riva la mare. Facile da plasmare in stelline, cavallucci marini e tartarughe. Mio padre giocava alle parole crociate come ogni mattina. Mi stuzzicava con quesiti curiosi cercando di attrarmi verso un mondo criptico e pretenzioso. Non so bene il motivo, ho sempre creduto che l’enigmistica fosse un pericolo. Un mostro che aveva inghiottito il tempo di mio padre succhiandolo via così come i vampiri svuotano la loro vittima. Avevo paura a quell’età dei vampiri. Avevo paura che il mio tempo mi venisse carpito. Ogni domanda che mio padre leggeva su quel libretto bianco e nero era una trappola. Quella manciata di fogli con su il viso di attori famosi era un’arma. Come un ago, come uno spillo di acciaio freddo piantato in corpo.

Mi rifugiavo allora tra le braccia di mia madre o mio nonno. Lui così accogliente. Un vecchio tronco rinsecchito che mi accettava tra i suoi rami spogli le cui foglie erano già a terra; i frutti eran già maturati. Attendeva solo la “livella” o almeno così diceva ai miei, quando noi bambine dormivamo.

Mi faceva un po’ pena quell’uomo così diverso dal ritratto sorridente in cui cingeva la nonna con le sue lunghe dita. Comunque, a noi bambine non mostrava mai la sua stanchezza di vivere. Non si rifiutava mai di allargare le braccia ed accoglierci. Noi, i suoi frutti, eravamo rigogliosi, e tanto gli bastava per rallegrarlo. Povero nonno, ancora non è stato spezzato dallo scorrere del tempo. Ancora il suo fusto funge da pilastro, per quanto acciaccato, della nostra famiglia.

Fu lui che un giorno venne proprio qui, in casa mia. Mi strinse senza più forza. Mi strinse per quel che poteva.

E i suoi rami furono più forti di quelli di mio padre. Mio padre voleva strapparmi da quell’appartamento, lui voleva ripiantarmi. La stupidità della rabbia di mio padre e la saggezza scaturita dalla solitudine di mio nonno.

Entrambi fallirono. Lei era ancora troppo radicata all’epoca. Pulsava in me. La sentivo scorrere, ghermirmi, pretendermi. Non volevo, né potevo sfuggirle. Quelli che un tempo erano miei amici usano tante parole per definire l’agonia per l’assenza di droga. Per quanto mi riguarda, non esiste alcun vocabolo, esistente o artefatto, in grado di spiegare ad altri il nulla in cui ci si ritrova.

Io e Andrea siamo tra i pochi rimasti ancora attanagliati. Come molte persone avevano predetto in passato, alcuni di noi son morti. Altri ne sono usciti a costo di enormi sforzi.

Degli altri non m’importa, ma lui ed io ne dobbiamo uscire, sono mesi che non la tocco più. Che mi rifiuto di fargli compagnia mentre la scalda con l’accendino su di un cucchiaino. Cerco di coccolarlo, avvicinarlo. Ma lui è ancora rapito dall’eroina. Alcuni giorni fa sono tornata da mio nonno. Nei suoi occhi non c’era traccia di una sentenza o di paura, solo profonda gioia. Gli parlai, gli dissi che volevo tornare ad una vita normale, ma che dovevo portare via anche Andrea da quello schifo. Che non potevo abbandonarlo.

Non disse nulla, ma sapevo che aveva capito. Aveva compreso quanto fosse alto il rischio, che forse l’appoggio dei ragazzi del Sert non sarebbe bastato. Comprendeva tuttavia anche la mia necessità di salvare il mio uomo. Avrebbe fatto la stessa cosa con la nonna se avesse potuto. Con la differenza che la sua era una battaglia persa, la mia lasciava aperte possibilità di vittoria.

 

Così, ora, son qui affianco ad Andrea. Cercando di colmarlo e trascinarlo al di fuori della portata di quella puttana. Sono in lotta con l’eroina da mesi.

Attaccata su due fronti, provo a resistere.

Riuscirò? Non so, voglio crederci, però. Voglio sperare di riuscirci, di essere abbastanza forte da poter ricominciare.

 E questo, la bastarda, non me lo può togliere; non senza strapparmi la vita.


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2 pensieri su “L’aLTRA (1) [n°14] – commento Federica Pallotta; illustrazione Elisa Mearelli

  1. Commovente, davvero bella. Peccato che la presentazione mi ha rovinato il sottile alone di mistero che circonda questo racconto.. la prossima volta metti le presentazioni alla fine!

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  2. Questo racconto  l'ho scritto mentre ero a Rionero. La prima a cui l'ho letto è stata mia cugina Stefania, mi ricordo che ne era entusiasta.Effettivamente il racconto è giocato tutto sul spiego-non spiego dell'altra… il titolo stesso è studiato per dare questo effetto.

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