Momenti Immemori [n°16] – commento Lorenzo Allegrini; illustrazione Elisa Mearelli


Questa è la 50ªrubrica che pubblico nel giornale e mi sento di considerarlo un buon risultato da rendere noto ai lettori.  

 

L’equilibrio nel mercato è l’unico possibile per Mooren, come gli ha insegnato il padre: imparare ad esporsi senza offendere. Ma così il protagonista incontra precoce l’idea della morte, e il senso di una società che si sgretola senza salvezza. La dimensione del mercato, se assoluta, nel mezzo di una crisi economica è capace di distruggere l’uomo individualmente. E, come sempre, è il più debole a soccombere.

 

Il mio primo ricordo da piccolo è un pavimento che si avvicina sempre più. Poi la caduta si arresta, ed io mi ritrovo sospeso in aria, salvato in extremis da mio padre. Sorridendo mi posa sul muretto e mi dice «stai sempre attento a non sbilanciarti troppo, resta in equilibrio e vedrai che vivrai sempre bene.» Al tempo avevo sì e no 3 anni, eppure ricordo quelle parole come fossero oggi. Sarà perché ha ripetuto quella frase altre trecento volte?

Mio padre,,, fosse per lui qualunque movimento è superfluo. La stabilità è il suo primo fondamento. Mai sporgersi più del dovuto. Mai sbilanciarsi, mai impelagarsi in “estremismi”. Così ho fatto. Guardo la televisione, leggo i libri, spulcio riviste. E sempre, sempre, trovo pro e contro di tutto, tanto che poi alla fine mi conviene restare fermo.

 

Alzo la biro e la pianto nel foglio. Come fosse la mia mano. La stringo giù dura. Fino a quando la punta si spezza.

Una macchia azzurra si spande colando in terra, schizzando la mano.

Incido la pelle, scrivo su di essa così che il vermiglio si mescoli all’azzurrognolo. Cedo alle lacrime. Impiastrata com’è, la mano, la sposto per pulire l’occhio da quel senso di debolezza che mi stordisce. Le parole sono finite, non ne trovo più poiché più nessuna ne esiste. Nulla di nuovo, le scoperte son finite. Non mi resta che rimuovere vecchi concetti, come quando si scava una fossa e la terra fresca prende luce. Assaporo il salato delle lacrime. Ormai ogni cosa che io scriva mi ricorda una frase già detta.

L’alba si apre su una nuova concezione del mondo. Più piatta, più realistica. Ancora maggiore sangue a colar giù. Una lama che si ficca sempre più profondamente nel collo, a tagliare colonna, le vertebre. Il ghigno di un assassino che sorride è lo stesso della Bella Signora.

Niente rebus, niente ghirlanda. Per quanto la invochi con cinismo, resta la Morte unica e sola incontrastata a dominio della mia vita. Ben più che per altri, ben più cattiva e dura e complessa. Resta lei ad attendermi fra una trentina d’anni.

Stabilisco un termine, un momento ultimo che mi pare corretto per evitare di depredare altri giovani del loro futuro.

Guardate come è bella Madera. Mi guarda dal lontano incubo in cui l’ho lasciata. Quello che un tempo era un sogno. Sono spento, sono accanito su tutti. Sulla borsa che è caduta in basso. Sulle tante morti di cui si sono macchiate le strade di questa città. Era questo che gli si mostrava tutt’attorno ai poeti francesi morti suicidi? Ora come allora nessun futuro si riflette negli occhi delle persone. Attendono solo la prossima giornata nell’estenuante cigolare di una carcassa che mal si adatta alle prospettive evocate dal radioso regresso sociale.

I  valori contano ormai poco se impiegati si paracadutano dai grattacieli con solo una giacca a frenare il vento. L’aria gli sferza i capelli in quell’ultimo amato volo. L’aria li rapisce fino a quando le braccia degli scheletri, dei defunti, l’incollano al suolo. Mescolati organi e asfalto in una strana poltiglia. Oggi ce n’era un altro all’ingresso  di Manhattan. Le torri gemelle sono bestioni posti a difesa dell’impero. Chissà che quell’impero un giorno non venga ridotto a macerie. Ma ora, difronte alla spaventosa potenza del mercato, difronte al tracollo dell’economia mondiale non posso far altro che incidere una nuova X sul corpo mentre sento le urla di sotto e il silenzio dell’uomo in caduta libera.

Credo che prima o poi succederà, ma come, è difficile  da immaginare.

So solo che questa non è che una brutta fase, non sarà oggi o domani o fra una anno che cadrà il monopolio del mercato sull’uomo.

Oggi no, oggi solo devo decidere quale hamburger mangiare, se con salsa rosa o senape. Poi un’ultima scorsa all’indice dei prezzi. Un saluto alla foto di Madera che non ha resistito a tanta morte e se ne è andata oltreoceano. E poi le lenzuola.

Anche se sono solo le undici di mattina già conosco la giornata, tanta l’abitudine di vivere la stessa.

 

Gian Gian Mooren

New York, 35.02.1929

Annunci

4 pensieri su “Momenti Immemori [n°16] – commento Lorenzo Allegrini; illustrazione Elisa Mearelli

  1. Davvero bella, lascia un rofondo senso di inquietudine. Bella e dolorosa la descrizione delle incisioni sulla carne. Un spaccato di vita e di morte su una delle città  più controverse da questo punto di vista.Mi è piaciuta molto la frase "Ormai ogni cosa che io scriva mi ricorda una frase già detta."

    Mi piace

  2. Grazie, Federicaera il momento in cui vacillavo sul lasciare la scrittura, le aprole avevano tutte lo stesso sapore, i termini rigirravano su se stessi, non c'era novità, non c'era il guizzo di un pensiero assurdo gettato tra le righe.era ii tempo della crisi interiore

    Mi piace

  3. Pingback: Sulla rotonda |

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...