Strisce parallele [n°17] – commento Giulia Massini


Con questo numero si chiude la rubrica, ringrazio tutti i collaboratori che hanno illustrato e commentato i racconti. Senza i quali questa rubrica non sarebbe stata la stessa.

 

 

Leggendo questa confessione diaristica, il lettore, come una spia, viene introdotto nel territorio privato della narrativa di uno stato d’animo, tormentato dalle incertezze del desiderio amoroso contro cui l’ego coinvolto intrattiene una lotta tenace: l’amore come malattia e come veicolo privilegiato per sondare l’interiorità. 

 

 Tunnel Vision by kwsanders

 

Mi ammicca. Non mi viene altro da pensare…La strada.

Ricordo la lunga lingua scura spezzata a metà da due costanti linee bianche. Costanti, ottuse nel non volersi mai incontrare.

Lo so, non l’incontrerò più una donna come lei.

Adesso lo sento. Come un squarcio in testa. O forse è un corpo duro che mi sale dallo stomaco.

Un inghiottire al contrario, non come il vomito, più indistinto, scomposto.

L’auto ha percorso il tragitto. Il cambio di marce. Lento.

La prima fino alla quarta. Le curve strette non permettevano errori. La disattenzione, un attimo, e mi ritrovavo a dover spezzare il mio moto rettilineo.

Mi destavo dal pensiero, non so quale. I fari delle auto schiantatimisi contro come cani rabbiosi. I miei occhi, prede indifese.

È così, mi si feriscono, e lacrimo. Sono fragili.

Occhieggia. Sono confuso. Le lunghe ciglia sono forse solo un sogno. Forse è altro.

Arrivato al tavolo, non sapevo bene cosa dire. Era una di quelle giornate fatiscenti.

Non di corpi in pezzi, no. Assomiglia più al cedere di una menzogna. Sapete, quando s’arrende ogni fandonia e la serenità assume possesso del tuo stato d’animo. Stai ben con te stesso, solo non accetti la presenza di altri.

Ti sono sgraditi, inadatti a quel tuo piccolo mondo perfetto che ti sei creato.

Sedetti, lei mi era distante. Tre, forse quattro posti.

Troppi. Comunque.

Fortunatamente lei è quel genere di ragazza che si alza e gira per la tavolata. Parla con tutti.

Ma poi, poi cosa mi è rimasto? Ancora gli occhi accesi di quella donna che si aprono e si chiudono.

 

Ancora il premere di un ammasso nel mio intestino. S’arrampica, in una scalata fino allo stomaco.

Mi difendo, mi difendo come posso da un dolore offensivo, opprimente.

Di tutta la cena ricordo solo le poche battute scambiate. La sua cortesia, la mia distanza.

Non ho mai provato amore. O forse sì, ma solo in un’epoca molto lontana.

Non ho provato amore, perché non è l’amore un sentimento sorretto da un’unica persona.

È la legge del senso inverso. 

Senza; non si è nulla. Puoi riempirlo come vuoi, giochi, amici, pensieri. Non è ciò che cerchi.

Ti mancano quegli elementi adatti a resettare il tutto.

Non sono lacrime, eppure c’è qualcosa che mi bagna. Le sento sulle dita, che sia una pozzanghera?

Il sogno non spiega il suo senso. So solo che una certa parte delle mie percezione collimano con la realtà. Altre, probabilmente, sono solo frutto di una sottile rielaborazione cerebrale. Forse è la fase Rem che rende le immagini tanto reali, quasi consistenti.

Sento il freddo sulle dita. Sento freddo allo stomaco.

Le falangi smuovono onde. Piccoli cerchi invisibili che si fanno strada nella mia mente.

Data la mia azione, conosco la logica reazione, e l’immagino.

Sento le dita immergersi nell’acqua e mi si forma in mente l’oscillazione da essa generata.

Le onde vanno, sbattano e rientrano.

Tutto lineare, tutto calcolato. Come quella sera.

Perché ne parlo al passato?

Era questa sera.

L’ascoltavo parlare, ma non riuscivo ad accettare la sua amicizia.

Ora era una mia nemica. L’avversaria che dovevo cancellare per tornare al mio solito stato vitale.

Dimenticare per tornare ad essere quel che ero. Oh, quanto avrei voluto.

C’erano solo i suoi occhi, il suo sorriso. Tanto pieni di sentimento. Un brillare particolare che frantuma gli indugi. Non ho neppure fatto caso al suo corpo. Giusto uno sguardo al bislacco vestito.

Ancora quell’occhieggiare. È un ticchettare costante. Non certo quello di una donna.

Apre e chiude l’occhio ambrato. Un solo occhio.

Non so neppure se ho bevuto, in mente ho solo flash di bicchieri colmi d’acqua.

Il dolore ancora sale, ancora vuole farsi spazio. Striscia su, contro ogni logica. Contro ogni legge fisica.

Striscia, mi paralizza il braccio. Non sento le mie dita.

Dall’inconscio si fa largo un ricordo.

Io che apro il portone. Io che salgo le scale in silenzio, nel buio. Spalanco le lenzuola, mi ci infilo dentro.

Ecco la prova, sto dormendo. È solo un misero sogno. Un sporco meticcio.

Un bastardo di cui rifiuto la paternità. Non è colpa mia, non volevo farmi del male, non si è padroni dei propri sogni. Seppure sono i soli nostri regni.

Gli amici che salutano, io che mi siedo.

Di nuovo, una playback. Un giocherellare avanti e indietro con le memorie.

Il quadro sulla parete, una panchina vuota, un lampione che cilecca. Si spegne, s’accende.

Ma il quadro non ha luci, non lampeggia.

È una finestra, una cornice ad un’affaccio esterno.

Dal pozzo emerge un segno, “ Quadro di due con contorno”, un vecchio racconto.

Già. È come allora. Cambia solo che non siamo soli, che il tavolo è più lungo. Ma per me non c’è altro oltre noi due.

Pacche sulle spalle dall’omaccione, battute, sbruffonate. Ed io che sorrido. Io che taccio.

Di nuovo un rotolare di momenti attaccati senza continuità uno all’altro.

Il telefono che suona, l’invito. Il piacevole dormire, il trillo.

Sprazzi di tempi collegati alla meno peggio tra loro. Come uno di quei film pulp, uno di quelli andati male.

Incomprensibilità, astrattezza.

Sono schermi che ruotano attorno, proiettano nello spazio frasi, volti, saloni e terrazze.

Vortica. Perdo il contatto.

Ed ecco che lampeggia chiara la soluzione.

Era lì. A portata di mano. Sarebbe stata chiara se solo mi fossi soffermato a pensare al quadro, all’improvviso oscurarsi e riaccendersi del paesaggio.

La luce ambrata mi batte sul corpo. Su di me, come sulle ossa spezzate dell’auto.

Tutto torna.

Smuovo un’ultima volta i cerchi nella pozza di sangue.

Quel che non capisco è questa sensazione di inghiottire al contrario. Forse sto davvero per vomitare. Ma non so, non è la stessa percezione.

L’ultima cosa che sento è un suono costante. Un suono che mi rimanda alle strisce parallele. Destinate a non incontrarsi mai.

Come di un uomo e una donna perfettamente combacianti, a cui il caso impone di non trovarsi.

O del sogno e la realtà, la demarcazione netta tra ambizioni e miserie di una vita quotidiana.

Come di persone che non troveranno mai un accordo. Così che la riga nera, tra le due bianche, sia il solo loro collegamento. L’unica soluzione, una lunga striscia d’eventi foschi, generata dal concatenarsi di atti tetri.

Così sono giunto ad una conclusione.

Due linee parallele, qualunque cosa esse rappresentino, sono sbagliate .

Tanto più che all’infinito tendono a scontrarsi.

 

L’infinito, dunque, lascia aperta una speranza.

 

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4 pensieri su “Strisce parallele [n°17] – commento Giulia Massini

  1. “Sapete, quando s’arrende ogni fandonia e la serenità assume possesso del tuo stato d’animo. Stai ben con te stesso, solo non accetti la presenza di altri.” è la condizione in cui mi trovo quasi sempre.
    Il tuo racconto lo capisco, lo sento. Bisogna avere il coraggio di perdere le persone che si amano: sono cose che non possono durare, se durassero si trasformerebbero in qualcosa che non vogliamo (distruzione? odio? indifferenza?)
    Io sto scappando dalla mia linea parallela poichè quello che provo per lui mi sta squartando l’anima. Bisogna andare avanti. Bisogna andare via, ed essere contenti tutto sommato che una volta nella vita ci sia capitato qualcosa di così estremo.

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  2. Ciao,Quanto tempo è andato? non saprei bene dirlo, ma ora non penso più a lei, anzi, penso non avrebbe potuto funzionare, eravamo entrmbi troppo "romantici" autodistruttivi. Infarciti di scontri con il mondo circostante, con la sua incapacità di comprenderci o di darci un futuro accettabile.Semafori, metafore, ricordi, illusioni, tutto quello che non cerco ora. Il tempo  è passato è quel bimbo piagnucoloso cresce, si distacca. 

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  3. Dolore… ha ripensarci adesso non parebbe dolore, ma solo ricordo, qualcosa di passato, un'esperienza con cui tracciare una linea di spartizione tra amore e adulazione.Del resto "i nostri, errori e le nostre sofferenze ci hanno dato il diritto il diventare il dio a cui aspiravamo". 

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