violettata


Violettata è un'opera frutto della collaborazione Elisa Mearelli 

volendo essere più precisi, è una riflessione-commento ispiratami da tre bei quadri di Elisa

L'opera è stata poi esibita nel suo complesso durante l'esposizione per la  Decrescita organizzata dal gruppo Saltatempo

   

 Elisa Meareli- Alice

Elisa Mearelli- Bianconiglio

 

Elisa Meareli- Trenino

 Una donna. Come una bambola rinsecchita. Bionda, doveva forse essere bella? Dietro ci sono macchie scure sul muro violaceo. Ha uno sguardo sbilenco, la bambola, e un braccio sgorbio. Troppo lungo l’avambraccio, troppo adulto quel viso da bimbina. Il basso è sempre lo stesso, una devastante ragnatela di quadrati. Bianco e nero, come una vertigine, come l’interminabile conflitto su chi l’ha vinta. Ma il puro è macchiato, sbiadito. Sembra quasi che quella bimba di pezza guardi per di qua. Oltre il confino a cui è destinata.   
Le macchie. Forse la distinzione sta nelle macchie. Lei non è sporca, e quello scurirsi di pelle violacea serve solo a dare una qualche consistenza alla sua effimera esistenza. Gli da un corpo, conferisce volume. Resta seduta, guarda fuori e resta immobile. Neppure l’accenno di alzarsi. Afflitta, massacrata. Stanca a soli dieci anni. Alice dovrebbe avere una decina d’anni. Eppure i suoi seni paiono grandi per una bambina di soli dieci anni. Ma gli scacchi seguitano lungo il percorso costeggiati d’orologi sbattuti in terra. Fermi. Solo le lancette si muovono mollemente nell’aria. Lancette, o forse code diaboliche di un coniglio impazzito. Un reietto, uno dei pochi bianchi che mostra le ossa attraverso il suo corpo. S’intravede la colonna che lo sostiene. Piegata, arcuata. Le orecchie attaccate lì, a quel volto ambiguo. Dov’è finta la gioia? L’euforia del coniglietto saltellante con la cipolla sempre nel taschino? Dov’è Alice? quella piccola bambina bionda dalle guance rosate?
Si e mostrificata, si è fatta adulta, e il bianconiglio è divenuto carcassa. Il batuffolo buffo da rincorrere è stato colpito dalla carestia. Dall’ingorgo di un vuoto tempo divorato. Divorante se stesso e gli uomini, e le donne. È partito tutto da quel buco che ci ha ingoiato. Coccolato, trattenuto, spezzato le ali. Sembrerebbero ali quelle orecchie finte. Una sorta di speranza, d’indecisione tra inferno e paradiso. Invece niente nuvole, è solo un’illusione. E il cielo lilla è nebbia fitta. Viola, delicato ed elegante come il velluto. Solo una donna può pensare di ricoprire il cielo con un colore tanto aspro e raffinato al contempo. Un degrado ottenuto per mescola di chissà quale gradazione di colori. Legati uno ad uno, stesi e ristesi sul foglio. Il confondersi di stati d’animo differenti, rancori e tensioni, forse un pizzico di speranza. Ma poi sotterrata da una nuova mano di tinta scura. È quel viola che rende il tutto oltraggioso, disgustosamente espressivo. La rassegnazione mi permea ogni volta che osservo quella piccina indifesa. Lo sguardo privo di emozioni. Ci sono così tante diverse facce in quel volto da rendere impossibile una sua decifrazione. L’uccellaccio, quella specie di avvoltoio accovacciato, perlomeno è ambiguo. Ma quella bimba ha un’espressione insopportabile. Inaccettabile. Come il frutto del tempo cui siamo giunti. Stereotipata dal cerchietto sulla testa con quel pizzico di ribelle dato dall’asimmetricità delle sue calze. Tutto tinto da sfumatura viola. Persino il bianco ne è fradicio. Tutto viola, tutto buio, ottuso. C’è aria di chiuso nella stanza come in cielo. Entrambi hanno gli stessi muri che chiudono le persone nel mondo tratteggiato attorno ad Alice.
Come posso fare un balzo? Dare un inizio ad una storia già destinata in partenza? Quel buco che ingurgita il mondo, è immobile. Immaginatevi un buco nero statico. Rappreso. Non c’è azione. Né un prima o un  dopo. Solo il ritratto, e poi il buio. O meglio, il nulla. Non nero, non spaventosamente oscuro. Neppure il terrore. Niente, solo il nulla. Come a dire che tanto non c’è alcuna utilità nel rialzarsi. Che non vale più tormentarsi. Tanta è l’angoscia.
Pare quasi di vederla la piccola Alice con in mano un taglierino… ma no, questa è roba mia, non c’entra niente con chi l’ha creata per poi le toglierle l’anima con mani e mani di colore. Un pennello come una miriade di setole assorbenti le ha succhiato via la gioia. Resta solo una ceramica senza vita. Una cosa, distrutta, finita. 

  
Davvero, cado in pezzi
Se oso solo
Se tento solo di guardarla
Abbietta
Scurrile
Intorpidita
Persa in un eterna attesa
Aspetta il colore
Aspira ad una mano di sole sgargiante
Perché l’altra bimba è felice?
si chiede
Perché non io?
Non ho nulla con cui giocare
Neppure un trenino da far volare
 
 
 
Capelli lunghi e piatti
Di un biondo platinato
Plastificato
Smorto
L’altra allarga le braccia stiracchiando la gonnellina
Le mani di Alice sono invece cadenti
Di quelle braccia pesanti appartenenti ai perdenti
 
L’altra sorride
Le mie labbra sono imbronciate
Sembra quasi che Lei mi voglia infelice
Indecisa
su come scolpire in un solo corpo la gravosità di un’intera eclisse
 
in un attimo doveva mostrare come può cadere in basso il cielo
guardate!
io sono la pietrificazione di quell’attimo
l’incarnazione stessa!
guardate il talento della mia Creatrice
nel mostrare come
può calare il buio in pieno giorno

 
 
Ma quella donna è una reclusa, come quelle cinesi castigate ingiustamente solo per non credere in un’utopia ormai sbiadita. È una ragazza che si sta guardando allo specchio dopo… dopo che il suo uomo l’ha lasciata, e pensa che ora si alzerà, cambierà città, cambierà paese e ricomincerà a vivere, che quella non era vita. È una forma, solo una forma. Macchie schizzate per ispessire un sentimento o per trascinarlo via. Quella donna non ha forma, si rigenera nell’occhio di ogni osservatore. Siete voi a plasmarla, a dargli un come, un motivo d’esistenza, non l’artista che l’ha creata. In cioè l’Alchimia di un’Arte che continua a mutare, strapparsi la pelle, la crisalide, per sbocciare fulgida in fresche spoglie. Ci può essere speranza e gioia anche in quegli occhi, in fondo, dipende solo da voi. Purché vi liberiate delle scatole in cui siete inseriti. E qui sto parlando di me, di amici artisti che mi hanno permesso di comprendere un tassello in più  del senso di un’opera. Parlo di un ragazza che tratta con leggerezza opere d’arte, piccoli capolavori, tanta è l’abitudine di crearne di nuovi. Finora posso dire di avere passato un paio di settimane a pensare a quella bionda. Ci vuole tempo per assimilare un quadro, ci vuole calma. Una serenità che molti ambiscono, un spazio libero a cui i più aspirano, ma che non ci è concesso. Da una società incubata in ferree macchine da soma.    
 

         
 

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