Il parere di un critico sul mio libro (relazione letta nella presentazione del 19/04 a Trebisacce)


“I mutevoli sensi dell’umano”

tra mosaici di pensieri e di linguaggi

RELAZIONE DI PIERINO GALLO

Quando si è chiamati a dover parlare di un libro appena letto non è affatto casuale che ci si trovi nel contempo a dover fare i conti con se stessi. Si decide di percorrere una strada interpretativa, una chiave di lettura, la descrizione di un’immagine che ci si profila in mente ogniqualvolta si pensa a quel libro. Ma la strada, la chiave, l’immagine non sono mai le stesse. Tanto più in un romanzo come I mutevoli sensi dell’umano di Lorenzo Ramadoro.

Dalla dedica “somaticamente” e “divinamente” femminile; dalla prefazione-avvertimento di Dandolo Travaglia ai quattro episodi che strutturano il romanzo, tutto è attraversamento, itinerario, viaggio nell’accezione epica di nostos. Non a caso, nel riepilogo, lo stesso Ramadoro afferma a proposito di Ben, immagine prototipica del giovane e dei suoi principi astrattamente assolutistici: il suo è un processo di ricerca, quasi analitico, il quale finisce per naufragare quando scopre di essere innamorato di Giulia.

Così che autore e agenti della scena testuale si muovono verso un unico obiettivo o, sarebbe meglio dire, verso una comune meta esistenziale. Accompagnati da quel dio ingannatore e ambiguo, Eros, che si propone coi suoi tratti femminili.

Non una vera e propria trama o intreccio scandisce le pagine del romanzo. Poiché, difatti, nel tentativo di voler chiudere i mutevoli sensi dell’umano in una gabbia astringente sarebbe un’operazione paradossale. Preferirei parlare, invece, di “sequenza FOTODRAMMATICA di atti quotidiani” o di progressivo sfaldamento delle certezze del presente storico. Leggo da pag. 16:

 

Si avvicina a una tavola sorretta da dei tubi e siede. Poggia i gomiti su quell’arrangiata scrivania, afferra un foglio e scrive gettando in esso il tumultuoso disorientamento di cui è preda.

 

I personaggi ramadoriani sprofondano nella banale quotidianità del duemila che, riprendendo Travaglia nella prefazione, “si sta realizzando verso scenari di pieno tremila”. Lo scambio di battute, talvolta rapido e sferzante, talaltra interiore e telepatico, dà tutta l’impressione di leggere un testo teatrale.

Nella dimensione della “teleportazione”, della “mutaformazione” e della fantascienza, non mancano le sentenze moraleggianti, le meditazioni sugli oggetti del mondo. Tanto da far pensare alle linee interpretative inaugurate in Francia dal romanzo di Georges Perec Les choses.

In un crudo resoconto della società attuale, Ben, Giulia, Alessio, Elisa, investono del loro modo di pensare tematiche quali la prostituzione e il dramma dell’amore, l’alcolismo e la frammentazione sempre più rapida dell’individualità.

Da qui, le molteplici descrizioni di luoghi allarmanti, forieri di un “PLACIDO STERMINIO”. La melliflua influenza dei media, la massa come pedina di un mercato, la compagine sociale di sovrani e di formiche (memore di un passato “esopico” che si ripropone come futuro), sono solo alcuni, e forse i più innocui, rappresentanti del tempo.

Se da un lato, figure leggendarie e mostri di varia fattezza riecheggiano le fantascientifiche città di Orson Wells, dall’altro, persino la bellezza di un fiume copre liquami sotterranei. Fobie e paure prosperano, coccolate dalle manovre dei burattinai, secondo una visione capitalistica dove anche l’architettura urbana, colta in un palese “fallologocentrismo”, è sottomessa al rispetto dei più forti.

 

 

 

Leggo da pag. 41:

frenesia della metropoli impazzita. Schiava di un ticchettare ridondante, costretta a seguirne i ritmi inumani. Depredata della tranquillità. Pervasa da un viavai ininterrotto di persone al guinzaglio a cui si contrapponeva il vuoto di tempo dei senzatetto.

 

Da un lato Iris, splendido frutto dell’utopia civile, architettonicamente memore della Città del Sole di Campanella o della Utopia di Thomas More; al polo opposto, Atlante che, anche nella cultura, individua un utile strumento di controllo.

L’autore e le sue creature sono tutte immerse in questo limbo esistenziale, tra le nebbie di un interspazio dal quale disperatamente cercano di far dialogare i due mondi, di creare un punto d’incontro, una congiunzione salvifica forse ancora possibile.

Ed è la vita intera che si delinea attraverso i gesti e i pensieri della galleria umana dipinta. Le donne, privilegiate custodi di una sapienza in grado di riscattare il mondo, si fanno chiave di volta del romanzo, specie nel primo e nel terzo episodio, rispettivamente Barjack & Dijan e La tavolozza dei sensi. E lo fanno con la loro particolare empatia, con quel mettersi nelle vite altrui di cui solo la sensibilità femminile è capace.

L’aggettivo del titolo, dunque, non è casuale: il bambino diventa adulto ed il percorso è fatto di amarezza e rimpianti, di confronti manicheistici con l’“opposto”, la morte.

Solo il lettore-protagonista potrà decidere al bivio la strada che decreterà il futuro. Il polo negativo e spersonalizzante è già tutto chiuso nelle pagine di Ramadoro: nelle abitazioni riecheggiano voci metalliche a ricordarci la fredda solitudine che incombe; uomini o donne robotizzate ed elettrodomestici mostrano un progresso estremamente discutibile. La computerizzazione, allora, si pone proprio come uno di quei mutevoli sensi dell’umano accennati dal titolo.

 

Tuttavia, da esperto di linguistica e testualità, è l’aspetto strutturale del libro che mi sento di dover indagare nella ricerca di un filo innovativo. Costruzione, stile, retorica, intertestualità che non esulano affatto dai contenuti tematici appena affrontati.

Innanzitutto, l’aspetto più puramente grafico. Tutto è minutamente calcolato dall’autore e, perciò, semanticamente rilevante: la divisione dei paragrafi, gli spazi tendenti a mettere in risalto le parole spazieggiate, l’a capo. Atteggiamento che rievoca i giochi verbali del calligramma alla Apollinaire e le altre sperimentazioni visive dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle) francese.

La modalità del grassetto tira le conclusioni morali dei discorsi (leggo da pag. 18):

 

Siete soli con le vostre conclusioni, senza alcuna certezza a guidarvi e dovrete farvi forza poggiandovi sull’altro.

            “Dialogo” o “Delirio”???

 

Il corsivo rintraccia, invece, la narrazione interiore di un vissuto in prima persona, simile all’assenza di punteggiatura in relazione al flusso di coscienza joyciano. In quanto modalità grafica più spontanea, esso disegna e ricombina i tasselli di un mosaico identitario, i pezzi di un unico puzzle disseminati tra le pagine del romanzo. I mutevoli sensi dell’umano si concretizzano, allora, nello spostarsi dell’autore-narratore, come macchina da presa, nei pensieri degli uomini (leggo da pag. 75):

 

Poi prende nuovamente voce il pensiero di Paolo. Il più incerto e bisognoso d’ascolto fra tutti. Paolo comunica mentre gli altri taccioni i pensieri in riguardoso silenzio.

“Lo sprigionarsi delle coscienze di ignoti. Cadere in un pozzo di ricordi, l’abisso delle memorie delineato da Medda, il glissare di piedi nudi sull’erba fresca accanto alla tonda pietra antica di Vigna, o l’elaborazione di un mondo piccolo scoperto abbastanza grande da contenerci tutti di Serra”.      

 

Come è ben evidente da questa mia lettura, sono periodi disseminati di infiniti verbali, di incisi non segnalati, di liste nominali che tradiscono il mutevole vagare della mente, capaci molto spesso soltanto di alludere, mai di rivelare, con i loro puntini sospensivi.

Il citazionismo è tra le pratiche intertestuali più frequenti: seguendo un gioco di scatole cinesi, Lorenzo fa letteratura nella letteratura, inserendo coerentemente al dettato narrativo testi di canzoni (dai Queen a Guccini), elementi della religione ebraica e teorie scientifiche. Senza escludere naturalmente echi significativi della tradizione fumettistica, a cui l’autore è molto legato.

Insomma un panorama ipotestuale che farebbe sussultare il Genette di Palinsesti etichettando il lavoro di scrittura in questione di “letteratura palincestuosa”.

E i prestiti linguistici non finiscono qui: termini stranieri, talvolta dialettali, vengono fusi nel discorso quasi a voler dimostrare una universalità di codice. Tanto che, in alcuni casi, senza l’apparato di note posto a conclusione di ogni episodio, non ce ne accorgeremmo affatto.

Il linguaggio, come l’individuo, non è che un’interminabile tavolozza di colori. Anch’esso, come l’uomo, deve resistere alla fuorviante clonazione e al comodo appiattimento che ci propone l’immediato futuro. La realtà, l’irrealtà, la fantasia di Lorenzo Ramadoro vogliono essere quelle del “multiverso” e non della “massa”, della struttura identitaria sempre aperta, come una frase coi puntini sospensivi…

Ma se tutto è così labile, sfuggente, multiversatile e  mutaplasmabile,

 

…il senso della vita dov’è? Da piccolo non lo si cerca… e forse è proprio a quell’età che se ne coglie l’essenza. La vita non ha direzione, va dove porta il vento… (pag. 35)

 

 

 

Pierino Gallo

 

 

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2 pensieri su “Il parere di un critico sul mio libro (relazione letta nella presentazione del 19/04 a Trebisacce)

  1. Decisamente azzeccata. Ho finalmente letto il tuo libro, come promesso e ne sono rimasto sconvolto. Hai cambiato molte cose di me, spero che lo leggano in molti.
    Roberto Rainoni.

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