Sul tetto – brano tratto da “recc” (l’ultimo romanzo che sto scrivendo)


C’è chi guarda. Bisbiglia da fuori la vetrina mentre io, armato di coltellino e chiodi, sfibro le tele. Non sradico solo il colore, ma riporto all’origine il materiale stesso fino alla tessitura, al filo.
Quei volti, quei tramonti tersi o tempestosi, rispecchiano una …… non più esistente.
In molti avevano descritto momenti simili nei loro libri, in passato andava addirittura in voga una serie di collane che presumevano un repentino stravolgimento delle sorti. Eppure non c’era stata nessuna tragedia, nessun conflitto.

Oltre la vetrina vedevo persone soffermarsi e ripartire. Non c’era da vedere un granché. Fossi stato anche un Dalì o un Giotto, non si sarebbero fermati più di tanto ad osservare. Il tempo dell’immobilismo era finito. Si era giunti a causa di una valanga di eventi alle sollecitazioni, corse. File chilometriche per sfamare un essere ingordo di energia vischiosa risucchiata dalla terra; alla terra  …come quegli insettacci pungenti che ci sentiamo in diritto di schiacciare…
Il sangue della terra è finito, i resti sedimentati da ere antiche frutto della decomposizione delle carcasse di dinosauri sono al termine.
Dovendo essere precisi, la nostra primaria fonte di energia a “toccato tetto”, ovverosia, la loro estrazione giornaliera non è sufficiente a sfamare termosifoni, centrali, auto, aerei e via seguendo.

L’occhio  di un soggetto stuprato dal mio cacciavite lascia uno spiraglio di bieco squarcio sul volto della ragazza. Ritratto di un lago su cui riflettevano le imperfezioni di un viso giovanile. Ci volle diverso tempo prima che quell’espressione scossa dall’ondeggiare della superficie si facesse immagine sulla tela. Lei era assorta, presa nel suo guardare sotto il lago. Pareva riuscisse ad arrivare al fondale senza tuttavia scorgere la benché minima risposta. Avrà avuto all’incirca una quindicina d’anni.
La sua bellezza era data esclusivamente dalla vitalità di un corpo giovane. Non c’erano caratteri distintivi, o elementi in particolare risalto, gli occhi bruni erano torbidi, persi in lacunosi pensieri. Avrei dovuto domandarle il come, la ragione, ma preferrii supporre che non fosse altro se non la deriva delle utopie di cui tutti i ragazzi sono vittime. Quel distaccarsi indolente del sogno dalla realtà in cui ci si appresta ad entrare.
Chissà, forse è proprio questa la ragione del mio disossare opere. Forse ne sto rimodellando l’essenza per renderla attuale, priva di false speranze.
Una tela deve riportare alla realtà attraversando miraggi. Piangere non serve, sorridere, non serve. Forse per questo mi ritrovo a passeggiare affianco ad individui muti. Si è come raggelati da una prospettiva incettabile, sembra quasi di essere di fronte una svolta epocale.

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