Festando 2011 – La tavolozza dei sensi – 9 Luglio 2011


L’artista Francessca Tozzi ha letto in pubblico, al festival culturale Festando, il mio racconto La tavolozza dei sensi – tingendo l’anima di iridescenze estrapolato da I mutevoli sensi dell’Umano e tratto da esso un interessante contributo artistico.

Altri quadri di Francesca Tozzi tratti dai miei racconti.


Lo ricordo perché l’impulso a dipingere era particolarmente insistente. Una necessita pressante e limpida. Colmai fogli, senza pensare. I tratti salivano dal pennello, la mente diveniva partecipe giusto un attimo dopo. Frazioni nelle quale il blu sormontava il verde sullo sfondo.
Ero solo io con la tela. Pressante il desiderio di dare forma e luce all’interno accendendo un faro su di una cascata di colori “ognipresenti”. Impugnavo la passione dando libero sfogo.
Amavo quella sensazione di astrattezza. Era come se tutto mi scorresse davanti senza pesare. Le passioni, gli addii, le scelte venivano a essere parte di un amorale contesto. Le sentenze perdevano di senso soffiandomi appena sul corpo e una nitida insensibilità alla colpa mi copriva dai contraccolpi emotivi.
Era come quella volta in cui dipinsi il mio primo quadro. Non era il concetto logico, la teoria, la filosofia a stimolarmi. Ero estranea alla cultura artistica, ignorante riguardo la storia dell’arte. I ragionamenti, le sottigliezze intellettuali erano prive d’ogni interesse. Seppure ero consapevole della scelta e cosciente delle limitazione che questo comportava.
Il mio non era un rifiuto secco, una presa di posizione contro. Più semplicemente ero disinteressata al resto.
Focalizzavo l’attenzione su me stessa scoprendo di essere un’interminabile tavolozza di colori.
Cosparsi la tela di nero lasciando solo una sottile striscia immacolata in cima. Quindi sorse una figura sdraiata sul fondo del quadro.
Sopra a esso ritrassi frecce rosse e lunghe dalle punte affilate, presagio del sangue che sarebbe sgorgato nel contatto.
Incubai l’uomo in una lacerante agonia di freddo bianco così da dare un contorno preciso all’instabilità umana.
Ultima della triade di afflizioni destinate alla persona fu un masso rotolante a schiacciare il cranio. Pesante come la tristezza che oggigiorno ci si convince a chiamare depressione.
Dolore fisico, incertezza e sconforto come mali primevi. Così mi venne da inserirli nel dipinto.
Aspersi la metà superiore del quadro di acquamarina a coprire il nero burrascoso della desolazione. Mare come cielo in cui volare, galleggiare, immergersi tornando dentro nel ventre di madre Teti 3 . Da sempre mi scuoteva il cuore annegare nel mare. Le acque avevano la capacità di squarciare le armature, accudendo alle mie nudità. Sentivo la solidità, di una presenza accogliente. Più palpabile dell’aria, che assaporavo solo nei tocchi del vento, più densa e vitale. In Essa ero io la figlia custodita in grembo.
Decisi infine di scacciare l’asprezza della vita destinata alla figura umana con lunghi raggi di sole a schiarire. Speranze a spezzare frecce, dissolvere incertezze e frenare il masso grigio in caduta libera sulla mente. Decretando la capacità di un solo Sole paglierino sufficiente ad alleviare il malumore. Non c’era bisogno di cercarne altri. Bastava una stella appesa attorno alla Terra per calmierare i rancori; senza la necessità di trovarsi nuovi idoli, nuovi miti.
Mi sdraiai sul lettino di fianco al cavalletto valutando l’assurdità del quadro, chiaro e indecifrabile, contorto e limpido; mentre una tenue soddisfazione mi scuoteva il corpo. Sopravanzava sulle macerie dell’eccitazione provata pochi attimi prima. Sradicava ogni altra emozione sigillandola in una vacua bolla, socchiudendo l’ingresso a ogni pensiero e allietandomi con una piacevole percezione del mondo. D’istinto poggiai la guancia sulle braccia piegando le ginocchia sino a lambire il seno e mi addormentai. Dormii placidamente come cullata, come feto nel corpo del mondo.

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