Un atto di lucida pazzia


Questo colore dello stesso colore sporco di sangue rappreso e squallide utopie.

Sento scorrere, come fosse fuoco, il metallo sciolto. Mi attraversa per un attimo l’avambraccio ricadendo nella vasca di fusione. A pochi metri l’acciaieria è in funzione, le bolle che crepitano esplodendo sono una minaccia. Mi ricordano che ci sarà sempre del metallo pronto per essere gettato sulla mia pelle. Il rivestimento in fogli di alluminio sul mio braccio serve ad evitare un contatto diretto, evita che io muoia.

Non gli serve una morta, hanno bisogno di una bocca, hanno bisogno di parole.

  Le lacrime neanche ci sono più. Non c’è niente nello stomaco da rigettare e neppure nei miei intestini. Ogni parte del mio corpo ha manifestato il suo lamento. Mi hanno lasciato per qualche ora in pace, con le mutande sporche, con gli occhi lucidi, questo era qualche ora fa, questo non è più adesso. Il tempo passa e le informazioni sono sempre più importanti, dovrei resistere meno di un giorno, così che tutto questo finirà. E loro mi lasceranno andare, dato che sarò solo un corpo inutile, un testimone scomodo; no, mi ammazzeranno. Fa lo stesso.

 Il sangue gocciala fuori dal rivestimento di alluminio. Non sorride nessuno, non sono dei cinici. Magari ci credono davvero che è necessario, che devono sapere con ogni mezzo. Mi chiedo se si farebbero scrupoli di fronte ad un bambino, uno dei nostri, addestrato a non dire nulla, addestrato anche alla tortura; mi chiedo se uno di loro ha un bambino. Sono guerriglieri tanto quanto lo sono io. Io difendo il potere del popolo che loro etichettano come “regime dittatoriale da smantellare”. Ovviamente, noi abbiamo i nostri appoggi, così come loro sono finanziati da altri stati. Lo sanno tutti che è una guerra sporca, come qualunque altra guerra civile in fondo. Sappiamo anche che gli hanno fatto il lavaggio del cervello e non pensano più con la loro testa. Ancora non hanno capito di essere dalla parte del torto, artefici della caduta di un governo libero sorto con il sacrificio di migliaia di rivoluzionari.

  Ancora una passata, questa è l’ultima, la terza sul braccio sinistro. Probabilmente ora passeranno alle gambe.

Sono immobile, e non posso descrivere la sensazione d’impotenza, rabbia e terrore che mi tambura in testa. L’attimo in cui la pompa si accenda, l’istante successivo, quando il tubo si riempi di liquido incandescente e sai che passerà su di te, e sai perfettamente cosa ti attende. L’idea che l’ustione potrebbe generare un cancro alla pelle non ti sfiora nemmeno.

  Ci avevano detto che non dovevano prenderci vivi. Io stessa insegnavo i motivi per cui era necessario il suicidio qualora non ci fosse stata via di scampo.

 Invece io che ho ucciso, su loro stessa richiesta, quei ragazzini incapaci di togliersi la vita; io non ce l’ho fatta. Credo ancora che fra poco questa rivolta finirà, entreranno i miei compagni e mi salveranno. Io e l’altro ci siamo salvati. Sento le sue grida, come lui può udire le mie. Non permettono di vederci per evitare che ci diamo coraggio a vicenda, ma possiamo sentire i gemiti, i sussulti. Anche questo fa parte della tortura, anche questo ho fatto io ai miei nemici, quando ancora non facevo parte del gruppo di comando. Questi due sanno benissimo che entrambi siamo in possesso di informazioni preziose e che basta la confessione di uno di noi due.

 È come il “dilemma del prigioniero”, c’è solo da scommettere su chi dirà per primo quel che serve loro.

Sarebbe così se fossimo in una situazione normale, ma questa è la resa dei conti, ed il tempo è la principale variabile. Loro lo sanno e lo sappiamo anche noi. È la speranza, è il sapere che il tempo ha una scadenza, questo cambia la caratteristica del macabro gioco.

 Non è una partita già persa. È sufficiente che io resista.

   Penso anche che il mio resistere sta condannando l’altro. Se io parlassi cesserebbero anche le sue sofferenze.

    Grido; perché non basta un ferreo addestramento, l’abitudine alle ferite e al dolore, per restare muti. Meno di un secondo, ma è com’entrare nell’inferno, cadere nel sole. Una massa rovente di 660 °C, alluminio fuso. La terza volta è la peggiore, la ferita aperta brucia sanguinolenta, impreca. Il metallo poi colerà giù di nuovo nella vasca.

 So che succederà fra un attimo. Per ora non posso proprio soffermami su altro che non sia il dolore. Inutile non pensare, distogliere l’attenzione, fare ricorso all’esperienza, alle regole di sopravvivenza. Non c’è nulla che possa far scivolare rapido questo tempo. Una frazione rappresa, compressa, al cui confronto parrà un lampo l’attesa, il terrore della gamba fasciata con perizia d’alluminio. La mia testa è reclinata, bloccata con lo sguardo fisso rivolto al braccio, le palpebre sono forzatamente aperte. Devo vedere per meglio capire. In un angolo ben protetto dalla disperazione tengo a mente che devo resistere, senza motivazione, senza sapere il perché. Irrazionalmente non devo cedere, devo scavarmi una fossa in cui proteggere quest’atto di pazzia, deve essere inattaccabile. Per questo non devo motivare, qualunque motivazione può essere logicamente recisa, rigirata. Un atto fine a se stesso è invece incorruttibile. Inamovibile, così come devono essere le mie labbra.

  È già da qualche tempo che non sento più le grida dell’altro. Non capisco bene. Forse è tutto finito, l’hanno liberato e ora tocca a me. Devo solo resistere e sperare che non mi uccidano. Poi sento il tamburo ruotare; il grilletto scatta, il dolore scompare.

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