Tra ruderi spersi di supertizioni utopiche


«…ma come mai non reggi proprio l’allegria?»

Il mio sguardo si fermò su di lei, la scrutai quasi fosse un oggetto buffo e saggio, una di quelle bocche della verità di cartapesta che trovi in giro. Banale se ci si passa davanti, ma fa sempre un certo effetto se la si guarda con maggiore attenzione. E se si gode di una discreta dose di fantasia e estraniazione dalla realtà, vi si può intravedere una certa monumentalità, l’ampiezza di un oggetto fonte di venerazione nelle epoche passate.
Cadeva da una simile altezza quella domanda così stravagante, quel sorriso confuso e ammaliante. Lei era la bella, lei era donna desiderabile. Altri tempi soggiunsero nella memoria, le rincorse, i giochi, l’attrazione. Ora lei era in casa mia, mi sorrideva ancora, il suo sorriso era una pennellata che si poggiavano bene su qualunque suo viso; giovinetta o donna matura che fosse. Il tempo le aveva modificato ogni tratto ad esclusione di quelle due striscette rosee ricurve. E questo perché la sua essenza rimaneva immutata, le sue labbra esprimevano lo stesso trasporto che aveva nel passato, in quanto erano una traccia, un tentativo di mantenersi uguale, di non annegare nell’oblio la ragazza che era stata.
Quanto tempo era passato dalla sua domanda non potevo dirlo, la sua calma si rifletteva semplice negli occhi. Sapeva che quel vuoto di parole era stracolmo di pensiero, che non stavo sfuggendo, omettendo la risposta; non ero lontano. Avrebbe atteso fin quando era necessario. Fino a quando fosse stato necessario… questa sua capacità di cogliere le interiora dell’animo era la caratteristica che più di molte altre colpiva.
«Forse» risposi «è che non ci sono abituato, che passa nella mia vita di rado. È una buona domanda, ma non me la sono mai posta.»
«Sei davvero un tipo assurdo, Remo, sei un bel mistero. A volte sembra quasi che tutta questa “seriosità”…«si soffermò su quel suo tocco d’errore, «…tutta questa tua voglia di buttar fuori, di espellere la gente… ed ora dici di amarmi.

Come? ci hai mai pensato?

Stando quassù? Vivendo tra queste macerie? La tua eccentricità è grande, tanto da incuriosire, tanto da invogliarmi a passare, ad accettare il tuo invito. Ma ora? qui? Le tue parole sono belle e dolci, un fine oratore come te conosce a fondo i segreti per carpire l’attenzione… Ma non c’è altro, ci sono le parole, le stesse che echeggiano quando quel tizio le legge in pubblico. Le tue utopie si aprono una breccia nei cuori della gente, e so che per te non sono solo un lavoro, che ci credi davvero alla necessità di unire due genti così diverse, incapaci d’accettarsi reciprocamente. Per te è ora che questo subbuglio finisca.»

 Attendeva una conferma? Io non credo. Aveva spiegato bene, seppure in modo superficiale, le mie motivazioni. Ero stanco di chi voleva avere sempre ragione, di chi pensava fosse assurdo che il Gestatore, essendo un capo spirituale, dovesse essere puro di spirito, e non poteva quindi accettare la speculazione. Semplicemente, lui era una persona soggetta ad avidità e debolezze come ogni altro, ed il fatto che fossi profondamente ateo avrebbe dovuto chiarirmi questo punto. Ponendo la fiducia nel leader politico Jikin, volevo semplicemente esprimere il mio cambiamento; il mio rifiuto ad ulteriori scontri inutili. La religione delle Slotteria era basata su idee assurde e inaccettabili, ma portava la gente a sentirsi unita, pur compiendo atti alquanto idioti.  Vedere una divinità nei panni della dea bendata, ed affidare ad essa la felicità, poteva sembrare folle, ma era una scelta. Indipendentemente da tutte le mistificazioni e manipolazioni socio-etico-economiche dei sacerdoti e dei vari media. Ma ora, al di là di questo, andava detto che la maggioranza delle persone che ne faceva parte era in buona fede; e qui stava il punto. Inoltre, il Gestatore, era pur sempre una persona. Le opere umanitarie che compievano in giro per il mondo quelli della Slotteria, seppure atte a diffondere la propria religione, servivano a lenire le tragedie di persone in difficoltà. Insomma, non era tutto completamente nero. Così io scrivevo parole cariche dei buoni propositi di cui parlava Jikin; la volontà di unire, per dare un futuro.
Era un grande cambiamento, per chi, come me, aveva sempre reputato di avere ragione, che tutto il mondo doveva seguire gli ideali di parificazione delle classi sociali. Era un cambiamento che consideravo come una svolta verso la democrazia, verso la sincera accettazione di idee differenti dalla mia. Qualcosa di nuovo e vero, una necessità resa pressante dall’enorme crisi che stava inghiottendo il paese ed il pianeta.

Ma questo c’entrava poco con la sua domanda. La risposta non sarebbe stata facile.

Lei si alzò e disse «se troverai modo di dimostrarmi il contrario passa a trovarmi.» Il suo sorriso si era dissolto, sul suo volto gravava una certa pesantezza, qualcosa che io lessi come una sorta di espiazione per la ruvidità di quel discorso; ma fu solo un’impressione, il mio desiderio di non trovarci nulla che potesse farla cadere dal piedistallo in cui l’avevo posta, non potendo ammettere che quella caduta avrebbe potuto frantumarla, renderla meno attrattiva.
Non portava più i tacchi, le sue gambe meno slanciate di un tempo delineavano comunque una rotta dolce da seguire. Voltandosi mi baciò sulla guancia, una sola volta.

    Tre erano per un amico, due tra parenti, un solo bacio… non so.

Quand’era ragazza diceva sempre, prima di rilasciare il terzo bacio, “tre baci sono per un amico”, che avesse cambiato idea?

  Vedendola passare sotto il lungo corridoio formato da colonne spezzate mi sussultò un poco il cuore. Non piansi, eppure, alzando lo sguardo, sul davanzale della finestra, vidi una goccia… L’immensità di quel che mi circondava si racchiuse su di me. Quello spettacolare complesso in rovina, che avevo così ben tracciato nei particolari, quella sorta di mausoleo dell’architettura mi apparì più ignoto, più scuro nel suo valore. Passai la giornata sotto fontane divelte, e capriate mezzo spezzate. Più l’osservavo e più mi pareva che quel luogo avesse influito, avesse stroncato i ponti con il passato. Lì, immerso in una mastodontica riproduzione-distruzione delle grandi civiltà passate, mi sentii per la prima volta, fuori luogo. Era così assurdo desiderare altro? Toccai la malta tra mattone e mattone che scese giù in polvere finissima. La capanna dal tetto sfondato, era coperta da una lastra di vetro la cui presenza era rilevata solo durante il tramonto, quando il sole, scendendo ad ovest, si rifletteva proiettando uno sfarfallio di luce sul pavimento.

Cosa volevo manifestare con quella costruzione catastrofica?… Ma poi il pensiero passò, ed anche quel nuovo impeto si spense. L’osservai di nuovo e vi riscontrai i soliti dettagli, l’unico occhio del cherubino dalla testa frantumata, incavato, le ali spennate. Era ironico, era sardonico; in fondo, era divertente.

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2 pensieri su “Tra ruderi spersi di supertizioni utopiche

  1. Cerca di dare un finale o un senso a quello che scrivi sennò al lettore non comunichi niente, poi se dici che a te non importa comunicare qualcosa al lettore, secondo me non dovresti nemmeno postare racconti di questo genere, sarebbe un controsenso, no?
    Il racconto di per sè ha una bella poetica anche se a volte vai un po’ in stallo con i giri di parole, ma considera che quasi nessuno considera questo aspetto quando legge qualcosa.
    Capisci che intendo?

    picciola

    Mi piace

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