Estratto da Recc – “SUL TETTO”


Brano tratto da Recc Cap IV.
Vi ricordo che i primi 4 capitoli sono in download gratuito.

Il libro è in vendita sia in formato cartaceo che in formato digitale su amazon, nei principali store
e in 1200 librerie in tutta Italia!
Per ulteriori informazioni visita la pagina Recc del sito.


Sul tetto
C’è chi guarda, bisbiglia da fuori la vetrina; mentre io, armato di coltellino e chiodi, sfibro le tele da me dipinte. Non sradico solo il colore, ma riporto all’origine il materiale stesso fino alla tessitura, al filo.

Quei volti, quei tramonti tersi o tempestosi, rispecchiano una memoria non più esistente.

In molti avevano descritto momenti simili nei loro libri, in passato era addirittura in voga una serie di collane che presumevano un repentino stravolgimento delle sorti. Eppure non c’era stata nessuna tragedia, nessun conflitto. Oltre la vetrina scorgo persone soffermarsi e ripartire; non c’era da vedere un granché. Fossi anche stato un Dalì o un Giotto, non si sarebbero fermati più di tanto ad osservare.

Il tempo dell’immobilismo era finito. Si era giunti, a causa di una valanga di eventi, alle sollecitazioni, alle corse. File chilometriche per sfamare un essere ingordo di energia vischiosa che risucchia dalla terra; …come quegli insettacci pungenti che ci sentiamo in diritto di schiacciare…

Il sangue della terra è finito, i resti sedimentati da ere antiche, frutto della decomposizione delle carcasse di dinosauri, sono al termine.

Volendo essere precisi, la nostra primaria fonte di energia ha “toccato tetto”, ovverosia, la sua estrazione giornaliera non è più sufficiente a sfamare termosifoni, centrali, auto, aerei e via seguendo.

L’occhio di un soggetto stuprato dal mio cacciavite lascia uno spiraglio di bieco squarcio sul volto della ragazza. Ritratto di un lago su cui riflettevano le imperfezioni di un viso giovanile.

Ci volle diverso tempo prima che quell’espressione scossa dall’ondeggiare della superficie si facesse immagine sulla tela.

Lei era assorta, presa nel suo guardare sotto il lago, pareva riuscisse ad arrivare al fondale senza tuttavia scorgere la benché minima risposta. Avrà avuto all’incirca una quindicina d’anni, la sua bellezza era data esclusivamente dalla vitalità di un corpo giovane, non c’erano caratteri distintivi, o elementi in particolare risalto; gli occhi bruni erano torbidi, persi in lacunosi pensieri. Avrei dovuto domandarle il come, la ragione, ma preferii supporre che non fosse altro che la deriva delle utopie di cui tutti i ragazzi sono vittime, quel distaccarsi indolente del sogno dalla realtà in cui ci si appresta ad entrare.

Chissà, forse è proprio questa la ragione del mio disossare opere. Forse ne sto rimodellando l’essenza per renderla attuale, priva di false speranze. Una tela deve riportare alla realtà attraversando miraggi. Piangere non serve, sorridere non serve. Forse per questo mi ritrovo a passeggiare affianco ad individui muti. Si è come raggelati da una prospettiva inaccettabile, sembra quasi di essere di fronte una svolta epocale.

Le gambe esili della vecchia; i suoi occhi scarni, piagati dal tempo, dalle debolezze. A giudicare dall’età si sarebbe detto che era pronta, attendeva un qualche segno, se lo sarebbe aspettato magari durante il riposo. Il respiro indurito, gravato.

L’avevo colta nell’attimo in cui si soffermava a riflettere. Ogni volta che guardavo quella foto pensavo alle acque torbide, alle risacche di una vita passata attraverso due guerre. Chissà quanti uomini e amiche attendeva di rincontrare ora che aveva dato il suo contributo.

Da quella foto trassi un busto dando risalto alle ossa, alla pelle avvizzita. E mentre scheggiavo le braccia assottigliandole, donandole una epidermide liscia, la sentivo ringiovanire, perdere la sua gravosità di cariatide stantia, uscire dal guscio ribellandosi a quella massa compatta in cui risiedeva una paventata speranza; notavo le silhouette attorno divenire sempre più ombre brumose, indifese.

Senza il costante apporto di metano a rifocillare il ventre delle caldaie, le case divengono luoghi ostili, insalubri. Vedo impiegati cercare conforto nel tepore del proprio ufficio dopo una notte passata all’agghiaccio. Alcuni hanno ripreso ad utilizzare camini e stufe, ma è già stato detto: dato l’aumento esponenziale della popolazione negli ultimi decenni del XX secolo, la legna non basterà per molto a scaldare un popolazione abituata ai suoi comodi 20° C e passa.

Una donna come quella scolpita, soggetta a carenze di cibo e vessazioni, avrebbe sicuramente molto da insegnarci; la sua tristezza venata, irrorata da una costante accettazione. Una vecchia in pezzi, massiccia come una pietra, indefessa nel suo dovere di vivere a qualunque costo.

La foto riportava sullo sfondo un terreno brullo; scendeva da una collinetta in cima alla quale vi era arroccato un piccolo cimitero di paese, tornava probabilmente dal saluto quotidiano ai propri cari. Il sole era infilato in un branco di nubi selvagge, intento ad non essere inghiottito. In un angoletto affianco al camposanto, vi era un oggetto, forse a commemorare, o forse buttato là, senza ragione alcuna.

Nel guardare la ragazza del lago non posso fare a meno di pensare alla vecchia, ai loro sguardi vagabondi. Il mio ricordo della giovane era rimasto sfumato sotto le ginocchia. Le mani erano raccolte attorno le gambe. Nel vedermi si era sorpresa, l’avevo colta nel dubbio; si era alzata e rapidamente me l’ero trovata alle spalle. Nello scorgere il ritratto, i suoi occhi si erano aperti per un momento, poi aveva ripreso compostezza. Rimasi per rilevare i dettagli finali, la gonna strisciata da colori vivi, il cappellino chiaro, le ciocche di capelli nell’incavo tra le braccia e il petto. Provai a ripensare ad altri dettagli, ma non c’era null’altro da aggiungere.

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