Abbracci terminali


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Passo le notti disteso in un letto insonne, addormentandomi di giorno con quel gusto vago dato dal ribaltamento di orari. È da un po’ che non lavoro, prima o poi dovrò rimettermi a domandare un impiego. Guardo il sole fuori e non odo alcun invito nel suo brillare, non c’è più il richiamo di uscire a giocare. Sono in quel periodo in cui parlare mi annoia e leggere mi pesa.
Mi distraggo immaginando le vermiglie sfumature di un profilo sfilacciato. Poi risale Lei, ed ha le fattezze di una ragazza dalle tette acerbe e i fianchi larghi; una delle tante brevi comparse nella mia vita.

Le memorie di quella giornata partono dal sogno. C’era un che di sbilenco nel suo sguardo doloroso, ma definirlo tale è sbagliato; porterebbe a pensare che Lei stia soffrendo, mentre i suoi occhi riflettono il dolore degli altri. Vidi in essi il desiderio e il rimpianto per un attimo atteso, la debolezza di chi si rassegna. Vidi il piacere, tutto quel sesso di cui si cosparge assieme alle macchie rubino che le tingono la pelle e i capelli. Era piena di tutte le emozioni, e questo mi portò a ribollire ancor più, a circuirla rivestendola di fradici vestiti di seta sotto una pioggia primaverile che bagnava le lenzuola.
L’alone attorno ci nascose alle memorie. Di quel giorno restano solo scampoli di dialoghi e immagini fumose, proseguirò quindi reinventando gli accadimenti secondo congetture.
Ero circondato da graffiti che coprivano quadri, a loro volta sovrapposti a manifesti vari. Strati e strati di tempi andati spalmati per non gettare niente. Uno spazio ristretto che costringeva ad ammonticchiare; un po’ come la mia vecchia stanza con le foto una appiccicata sull’altra, a nascondere volti, a tagliare braccia.
Fra le coperte c’era lei, e chi fosse non saprei proprio dirlo. Era una delle poche con cui ho condiviso il letto di cui, anche se potrei contarle sulla punta delle dita, non rammento più nomi e volti. Del resto non ho bisogno di donne se a coccolarmi c’è tutta la mia pazzia. Mi basta una da rivestire come voglio, da rigirare e infilare ovunque, in palazzi come in giardini. Tutte portano quel velo dolce–amaro intessuto nel cupo e nello scarlatto. È così che deve essere per me, la mescolanza di ogni mio desiderio crudele o carnale, idealistico o ironico.
C’era lei, e il suo letto, in cui ogni minuto sprofondava di più, come un sarcofago a trattenerla immutata.
Come da copione domandai –da dove vieni?–
–Oggi non ho voglia delle tue parole– rispose brusca –pretendo altro da te. Sono una donna, ho i miei appetiti.– Concluse spingendo una mano sotto e muovendomi tutto.
Mi liberai dalla sua presa.
–Dimmi solo da dove vieni.–
–Pensi sia solo tua? Credi che nessun’altro mi abbia già pensata? Io sono la summa del tutto; certo, non sono molti ad accettarmi in queste vesti così voluttuose, ma molti sono stati forzati a vedermi, a credere che esistessi, a invocarmi. C’era chi lo faceva mentre erano agganciati ad una ruota con gli arti attorcigliati ad essa, altri mi hanno vista nei riflessi metallici di spuntoni che si chiudevano sul loro corpo. C’è chi si sente avvolgere da me mentre il cuore gli balza in gola e l’acqua gli sale oltre la nuca. O chi mi scopre in estranei, nel sorriso compiaciuto di un qualche mercenario.
Perché ora mi tingi i capelli di viola? A stare qui, con te, mi sento più un saltimbanco, piuttosto che qualcosa di duro e spietato.
Ci sono mille modi per incontrarmi eppure tu mi abbracci tra queste lenzuola, mi dai una forma di donna, mi dai persino delle emozioni e delle fattezze abbozzate. E chiedi a me da dove vengo?
Io sono solo un’idea, un riflesso della speranza, degli incubi e delle volontà fra gli uomini.
Ci sono uomini che mi cercano negli occhi delle loro vittime, e tutto il loro piacere è in quell’attimo. Gente che crede che io sia materiale, che abbia dei poteri, che magari mi evoca con calderoni o pentagrammi intravisti in qualche telefilm farsesco. C’è gente che crede in me proprio come altri credono in invisibili divinità.
Ma dimmi, piuttosto, tu in cosa credi? Ci saranno molti giorni in cui tu sarai mio, e al risveglio non ricorderai nulla. Ma oggi le parti sono invertite, e tu saprai che io ero qui. Che sono montata dentro il corpo della donna con cui hai appena giaciuto. Dunque, se sei qui per il sesso, cosa vuoi che ti dica? Non ti resterà nulla di questo, saprai solo che è successo. E un giorno ti impunterai per ricordare cosa avvenne, ma non avrai risposta, e allora ricreerai un ambiente per rievocare quel che hai davvero sognato. Sarà solo una menzogna a coprirne un’altra.
Ma adesso piantiamola. Vieni qui, piuttosto, e facciamola finita.–

Aprii gli occhi e lei non c’era più. Restava solo una donna in pigiama che russava al mio fianco, con le fattezze di quella appena sognata, in una casa coperta di graffiti.
Mi sentii vuoto, quel sogno aveva qualcosa di troppo, mi lasciava scombussolato a scoprire delle cose che avevo sempre saputo. Misi un dito sotto la mascella di lei a grattarle il collo, e d’istinto la donna diede una smanacciata per scacciare il fastidio.
Osservando le pareti riscontrai qualcosa di stonato partendo da uno dei poster raffiguranti “Il settimo sigillo”. Affianco ad esso, un quadro mostrava un arcobaleno che partiva da una pentola d’oro per poi terminare, in un altro quadro, nel precipizio che risucchiava tutti e sette i colori. Un altro dipinto ancora raffigurava una bimba smunta che barcollava su una ragnatela dalle maglie abbastanza larghe da farla cadere. Quella tela era posta proprio sopra il baratro che inghiottiva l’arcobaleno, dando una sorta di continuità alla logica sottesa tra i tre. Ogni opera aveva la sua cornice, ed era quindi separata dalle altre, ma era chiaro che il tutto era una sorta di collegamento di immagini atte a formare un unico grosso significato.
Graffitato sopra a tutto c’era un grosso sole con un sorriso pazzo da Joker e due occhi cerchiati da matita. Sotto, a mo’ di battiscopa, dei flutti placidi erano dipinti sulla parete. Flutti che si agitavano man mano che ci si avvicinava alla porta, finendo poi in una burrascosa onda. Sulla porta semiaperta era disegnato un grosso cuore riportato nei minimi dettagli anatomici, le cui zone, differenziate da colori diversi, erano contrassegnate da numeri. Il senso di quelle cifre veniva chiarito da dei dardi, veri, conficcati nel legno a trafiggere questo o quel pezzo del muscolo.
Di lei non ricordo granché, neppure la faccia, anche se mi resta difficile ammetterlo. Ma ci son cose che si spellano con il tempo, o forse il suo volto era troppo doloroso e ho cercato a lungo di rigarlo con le unghie fin quando non se ne strappò il ricordo. Mi restano dentro alcuni tratti del corpo, e gli occhi. Ma non voglio descriverli poiché sarebbe come un tradimento.
Lei è stata ingannata già abbastanza, e chi l’ha schernita di più è stata proprio quella meretrice con cui giacevo fino a un attimo prima. Non mi disse nulla, da cosa era causato o quali fossero le speranze di una cura, ed io non domandai, non insistetti.
A volte la immagino come una di quelle tante martiri morte per una sindrome tanto rara da non allettare i creatori di farmaci. Poi penso che poteva essere una delle molte patologie difficili da curare o forse in attesa di un organo da trapiantare. Magari proprio il cuore. Non volle rivelarmelo, e dire che mi era crollata addosso dopo aver letto uno dei miei tanti racconti sulla Bella Signora.
–A volte penso sia proprio una puttana– esordì la prima volta che mi vide.
–Leggendo quel racconto quasi ti invidiavo.–
Nei suoi occhi c’era quella brillantezza oscura di chi sta parlando seriamente. Quindi la lasciai proseguire.
–Tu ti ci accoppi, ecco come risolvi i tuoi problemi. Ci danzi, ci scherzi e te la trombi. Ci vai a braccetto in giro, sperperi la sua crudeltà frammentandola in mille piccoli atti maligni e poi la rivesti di tutto quel che più ti piace.
Certo, è facile parlarne per chi può scegliere, ci avrai pure pensato seriamente, forse, ma per te resta solo un’eventualità, una tua scelta.–
Eravamo in una libreria con bar, e lei aveva appoggiato il suo bicchiere colmo di una sostanza azzurra in bilico su uno degli scaffali. Quell’ultima frase venne su in un sospiro, flebile, appena udibile; me la disse ad un orecchio, mentre le persone erano intente a sfogliare i libri, mentre io pensavo che, cazzo, non avrei fatto più una presentazione senza avere la certezza che sarebbe venuto qualcuno. Mi trovavo tra tutti questi pensieri con la rabbia e la tristezza in netta ascesa in una delle più importanti librerie della capitale, costretto a cancellare l’incontro per la completa assenza di partecipanti.
In mezzo a questo grosso malloppo di delusione, spuntò lei e si mise a parlare del mio blog e della Bella Dama. E io, pur volendo ribattere a brutto muso che la mia presentazione era saltata, dovetti starmene zitto per l’enormità di quel che le sue parole, e ancor più, per ciò che i suoi occhi sottintendevano.
Era una questione di giorni? O di mesi? Che importa, fu solo una notte, poi non la vidi più, e non per mia scelta. Mi fece bere fino allo sfinimento. Sembrava un’indemoniata, sembrava la classica ultima notte del condannato. Non badò alla dolcezza, mi graffiò in modo doloroso ricordandomi quel racconto della vampira, e da brava sanguisuga mi lasciò innumerevoli tracce dei suoi denti sul collo circondate da un’aureola rossa che persistette per giorni.
Lei non voleva parlare, voleva solo farlo; e farlo mentre ero ubriaco.
–Vorrei capire se quel che scrivi sono solo fesserie, o c’è un fondo di verità. Ma ora sta’ zitto, che non c’è bisogno di parlare per capirlo.– Mi disse prima di saltarmi addosso.
E cosi finì che ci avvolgemmo attorno alle lenzuola.
Nonostante mi avesse stremato, il primo a svegliarmi fui io. Spostandomi nel bagno osservai dalla finestra un paesaggio sconosciuto con troppo verde intorno per poter essere una metropoli.
Mi distesi di nuovo e dormii.
Al mio nuovo risveglio, lei si stava pettinando davanti lo specchio. Proprio come tradizione vampiresca vuole, tutt’oggi non riesco ancora a scorgere il riflesso della creatura. O meglio, c’è il suo ombelico, la sua pancia piatta, i suo fianchi, ci sono le sue dita dalle lunghe unghie, ma manca il volto. Credo che il ricordo del suo viso sia stato assorbito proprio dalle sue pupille che ogni giorno si immergevano nella Scarlatta Meretrice, auscultandone il battito, cercando un senso. Ma tuttora devo ammettere che certe cose non hanno motivazione, certe infermità ci diroccano e divorano ogni nostro desiderio. Purtroppo non esistono neppure patti diabolici o lampade dei desideri, altrimenti avrei volentieri scambiato lei per me. Sarebbe stato comodo, e bello, mi sarei potuto sentire un gran bel pezzo di cavaliere disposto a pagare caro pur di salvare la vita della sua donna. Ma la medicina non ammette patti, e i miracoli, per quanto ne so, esistono solo nel mio regno, e non hanno mai attecchito in terra. Per cui quel giorno lei scostò i capelli, lunghi fin oltre il sedere, talmente lunghi da restarmi impigliati ovunque, e mi rivelò il senso ad essi sotteso.
Si era rapata a zero il giorno in cui aveva saputo dell’inevitabile cosicché quei capelli risultavano essere la misura del tempo passato e, all’opposto, di quel che le rimaneva.
Aveva dei seni davvero piccoli, e a volte mi sorge il dubbio che fosse poco più di una ragazzina la cui vicinanza con l’ineluttabile aveva dato, alle sue movenze e ai suoi dialoghi, il tono di una adulta.
Avrei potuto magari frugarle nella borsa e scovare la carta d’identità, ma quel giorno non mi passò in mente che potesse non essere quello che diceva. Magari fu solo un gioco di seduzione, fare leva sulla fragilità di una donzella indifesa accerchiata dalla Funesta Mietitrice; ma doveva essere davvero un’ottima attrice per poter inventarsi occhiate tanto crude. Ripensando a quello che è successo, devo dire che ci spero, presumendo che mi abbia infinocchiato per bene, spingendomi perfino a sognare un incontro con l’Oscura Matrona.
Dopo, mangiammo. Lei preparò della pasta e, lasciando i piatti nel lavandino, mi si avvicinò.
–Allora, cosa pensi di aver imparato da me?–
–Che le donne possono fare male– dissi toccandomi il collo.
–Nient’altro?–
–Ho troppe cose in testa per poterle mettere tutti in riga.–
Lei sorrise.
–Ti ho sconvolto fino a questo punto?–
Poi pianse.
–Non credo potremo mai capirci.
–A cosa ti riferisci?–
Ma lei rimase muta per un po’, quindi si voltò e aggiunse senza guardarmi.
–Cosa vuoi che ti dica, prima o poi la morte arriva– disse parafrasando il titolo di un libro, con un’ironia macabra resa tagliante dalla situazione.
–“Magari a me prima.”
Non era così che concludevi un tuo scritto?–
Stavo per risponderle, ma lei mi silenziò.
–No, non serve, non serve più.
Penso di essermi sbagliata, o forse sei ancora immaturo. Avrei dovuto incontrarti fra qualche anno…–
Concluse lasciando in sospeso fra noi un tempo in cui lei non ci sarebbe più stata.
–Ora ti pago un taxi, vengo con te, e vorrei che tu non guardassi fuori, non cercassi di capire dove siamo. Se ti fa piacere puoi poggiare il tuo viso sul mio petto fin quando siamo arrivati.–
–Non vuoi che sappia dove abiti?–
Lei scosse la testa.
–Non vorrei ti venissero delle alzate di ingegno da scrittore invaghito. Non sarebbe proprio il caso che tu cominciassi a vedermi come una musa.
La storia finisce qui, avevo bevuto troppo ed ero curiosa di conoscerti; purtroppo sono arrivata tardi alla presentazione.–
Terminò lei come a volersi scusare.
–L’unica persona interessata al mio libro arriva tardi, che culo!– esclamai in un impeto di sincerità.

Andai in bagno per sciacquarmi.
Il viaggio in taxi fu abbastanza lungo, fedele alla sua richiesta rimasi attaccato al suo petto scarno per tutto il tragitto. Aveva addosso un odore di stantio, di quegli odori che hanno le case dei vecchi lasciati soli dai parenti. Lo si potrebbe anche definire puzza, ma in quel momento non ero proteso a valutare la situazione in termini positivi o negativi. Mi soffermai sulla sua pelle, su come la piega del seno si intravedeva appena anche su di una maglietta scollata. Quindi lei si racchiuse su di me permettendo ai capelli di abbracciarmi, coprendomi al mondo; e mi trovai abbozzolato in una mesta figura di donna, racchiuso in una crisalide di filamenti. Una massa infinitesimale che diveniva una sorta di velo compatto, unendosi a migliaia di altri fili sottili e lunghissimi.
Che io ricordi, né Silvia, né mia madre, hanno mai portato i capelli lunghi, o almeno non oltre le spalle. Comunque quella donna sembrava diversa da mia sorella, gracile e rassegnata com’era.
Improvvisamente mi baluginò la visuale all’interno di quell’auto nell’attimo prima che si schiantasse sull’altra; se Silvia avesse fatto in tempo a capire la situazione e pensato all’inevitabilità del caso. Si sarà domandata il perché e il cuore le sarà impazzito, anche solo per un momento. Pensieri simili mi agitavano mentre il battito della donna che mi copriva faceva da sfondo a quelle riflessioni.
La baciai, e magari lei deve aver pensato che quello era un ultimo gesto di lussuria, mentre io stavo baciando il suo cuore, quello trafitto sulla porta di camera sua, e con esso, quello di Silvia. Mancava la sostanza, mancava la carne florida a coprirmi il volto, ero in un taxi nella capitale e non nella mia vecchia stanza, non ero più uno studente, ma mi sentii custodito da quella donna cullata da un destino immutabile.
Mi venne anche una lacrima, e chissà cosa avrà provato lei nel sentirsi scorrere un rigagnolo freddo lungo il petto. Si piegò su di me, trovandomi commosso. Mi guardò, sono certo pensasse che la stessi commiserando, e invece non era la sua morte ad annacquarmi le iridi.
Scesi dal taxi. Ci salutammo, poi lei partì, tornò nella sua casa sconosciuta.
Mentre aprivo il portoncino d’ingresso, nel riflesso della vetrata, vi trovai appoggiata la Nera Signora. Aveva i capelli avorio e le vesti cineree, ammantata di un sorriso che non era di compiacenza. Era un sorriso incerto, dubitativo, magari stava ritrattando la vita della donna, magari avremmo potuto fare uno scambio. Fin quando il passaggio di un pullman cancellò quella rifrazione immaginaria. Salii le scale, solo per sbattermi a letto.
Tirai fuori le foto di Silvia, foto che non avevo, le strappai alla nebbia delle memorie. Vidi il suo sorriso, e rividi il suo corpo sfregiato. Cosa mi restava di lei oltre i sentimenti?
Accessi lo stereo e infilai dentro un cd, testardo nel voler sognare.

Ed oggi, come allora, mi sto perdendo in un vortice che non possiede alcun significato, che non trattiene nulla.
Forse ha ragione la mia immaginazione, deve essere così; la Turpe Sovrana non è altro che un miraggio rifratto, qualcosa che ci portiamo dietro dai tempi antichi. Un pensiero più necessario di un Dio Sole, o di una Madre Terra, universale, complesso e univoco. Per quanto abbia tanti aspetti resta sempre la sua funzione primaria, quella con cui facciamo i conti.
Ma oggi come allora riuscirò a staccarmi dalla cruda realtà, e rigirarla a mio piacimento. So di esserne capace, specialmente quando sono in questo stato. È nel limbo tra desiderio e pace che lei viene e mi cinge con quelle graziose vesti sottili che sembrano ali. E sul bacino indossa un pareo e i suoi piedi si muovono su di una spiaggia rovente di tizzoni accesi. Lei sarà là, ad attendermi su di un masso che spunta tra le braci. Un masso perlaceo che rivelerà, deformata, un’altra delle sue infinite fisionomie rimasta impigliata nel riflesso. È così che mi piace pensarla, seppure non sia stata affatto gentile con me, seppure mi abbia privato della persona più importante che abbia mai avuto.
Ora spegnerò lo schermo, dopo aver salvato il file, e mi stenderò per ore, magari per giorni, in attesa che arrivi. Invocandola come si faceva anticamente, ma senza offerte, senza doni, riconoscendola come uno dei tanti astrusi scherzi dell’ego.

 

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