Tra Feni e l’Oltre


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Il resto è quanto ho perso. Lo so che non capite, ma è tutto quel che posso dire, o meglio, ciò che voglio rivelare di esso.
Ci sono tempi nei quali non trovo più il significante, l’indirizzo logico che mi trattenga. Le parole cadono scomposte e imprecise; finiscono e si perdono. O forse è il contrario, sarà che non ho più composizione neppure come persona, mi dissolvo di fronte i miei alter ego, fusi in un uno.
Sono il Giano vissuto in Spagna, nella Madrid di una moneta appena sorta, quello con la ragazza dai tratti sudamericani coi fianchi ampi, intestardita con quei due del bel paese; ricordata ancora nel suo sorriso largo, con quella bocca troppo ampia e la mascella pesante? O sono quello che visse all’alba del 35 Febbraio di quel 1929 che vedeva la gente sfrecciar giù dai grattacieli?
Il Giano che parla con uno sconosciuto in un camposanto di Roma, non è lo stesso che vi giace sotto. Nel vedere loro, due eventualità possibili del mio futuro, non posso far altro se non domandarmi chi dei due abbia commesso il giusto errore. Chi sia scampato all’orribile… Mi ritorna in mente di quando elogiavo la dolce Signora, carezzandola di lusinghe.
Ne ho scritti tanti di me stessi, da non comprendere se sono ancora fermo su quella rotonda sbilanciato tra la disoccupazione altalenante di un progresso vorticoso e il passato in cui quell’ammasso di prato con un marciapiede attorno era ancora un incrocio; e dove c’era  quell’acciottolato in cui parcheggiavano spesso i camion… Quando ancora l’officina della Fati era abbastanza piccola da stare tutta sotto casa mia, e l’albero era carico di quei frutti più piccoli delle ciliegie, e squisitamente amari. Sono io quel ragazzo che cade dal tetto sfiorando il tronco aguzzo da poco spezzato, o sono l’altro, quello che l’ha gettato giusto per strappargli un fiore donato?
Ma di questo al lettore poco importa, sarebbe più semplice se vi dicessi che lungo la strada una macchina sbanda sulla chiazza di gelo sopravvissuta alla lunga nevicata. E se poi, sotto quella macchina ci metto un uomo, magari dal colletto bianco e la giacca con cravatta, questo già farebbe giustizia di tutte le persone che ha licenziato. Un marlocchio magari, in questa terra fedele ai marlocchiani. Ed ora, sento risalire la rabbia di colui che scrisse di un tempo a venire in cui si sarebbe potuto far cadere crani; di quel figlio di Samael Golb, così cinico da deridere le teste dei potenti troncate da ghigliottina.
C’è la lunga crisi che bussa alla mia mente, ma è un suono su legno, un suono vero, per quanto questa parola stia perdendo sempre più interesse a mio giudizio.
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Da dietro l’uscio lei batte le sue nocche scarne. È così sgraziata nei suoi movimenti, la mia Feni, tanto da far sembrare una caricatura quelle sue movenze; e non chiedetemi come posso sapere che sia lei, dopo che ci siamo incontrati sono una volta in quel bar. Sareste davvero capaci di comprendere come distinguere l’impronta che una persona lascia? Il modo in cui bussa è lo stesso che porta dentro, quella sua insicurezza matura, cresciuta sotto un’ombra gelida che le ha ridotto il sole, che la costringe fredda.
Lei sta bussando, ma qui, oltre la soglia, dall’alto di questa finestrella, vedo la mia città che non distinguo più tra la città eterna, la città della valle, o Madrid. Il davanzale è basso, è l’altezza non è vertiginosa, poco sopra di me corre una strada, il che mi fa propendere per l’essere a Roma, lungo Scalo San Lorenzo.
Ancora lei batte, e poi un rintocco d’illusione, il viso della bella donna che entra nel regno dell’architetto pazzo, tutta quella sfilata di cadaverici edifici scarnificati, che dovette attraversare lungo il viale d’ingresso, le aveva confermato quanto lui era peggiorato. Ma quel lui sono io, è stato scritto da me, o forse da uno che sarò io tanto tempo dopo.
Neppure questo intriga il lettore, gli aggrada di più la scena del sottoscritto che apre la porta lasciando passare la fragile fanciulla.
Debole lo è davvero Feni, le sue ossa lunghe sembrano sempre sul punto di spezzarsi per un passo di troppo, per il più misero inciampo. Dovrei dire che l’amo, ora, e sarebbe anche vero se non fosse che a volte penso lo sia.
L’ho vista in quel bar indecisa, con quella sua lentezza nello sfilarsi i guanti, ho lasciato da solo il mio amico, per assaporare il piacere di parlare con un mio simile.
Le si leggeva negli occhi che non stava alla sua tavola, nonostante curiosasse in giro con lo sguardo, lei non c’era, e più probabilmente, mancava al richiamo del reale da quando aveva superato l’infanzia.
La fanciullezza, quella che tutti definiscono l’età dei sogni, è per me la più ancorata al concreto; da lì in poi non ho più preso parte alla mia gente, io non sono più tra le persone, tra gli amici, da quando ho riposto i giochi. Ho smesso di menare oggetti di plastica fra loro, per far muovere pupazzi nella mia mente, odalische come scrittori falliti o ricconi gaudenti.
Mentre Feni mi guarda penso a voi, e non capisco proprio perché io stia cercando di piacervi ancora, perché a volte ammansisco quel mio desiderio di scrivere vuoto, per riempirlo di una storia con movenze d’arti e colpi di pistola.
E quasi lo domando a lei che si è soffermata ad indagare il mio sguardo carico d’assenza. Le sfioro il volto, e lei non retrocede, sento la sua pelle lattea, la sento dubbiosa, e lei, nell’incertezza, anticipa la mia domanda.
–Perché? Perché sapevi cosa c’era dietro la mia storia…
–Dovresti chiedermi come…–
–Il come lo hai spiegato, mi hai dato un motivo logico, ma ora dovresti dirmi perché hai cercato la storia di un personaggio secondario nascosto dietro la protagonista.–
–È così che si fa, non c’è nulla di astruso, ci nascondiamo dietro marionette che muoviamo. La tua protagonista era solo un vetro affumicato, tutti questi miei finiti fini di essere Giano e Samael e Moore e Dert, tutti quei cosi a cui non ho dato un nome, che si muovevano fuori e oltre di me, sono infiniti specchi che distorcono la realtà in sfumate riflessioni.
C’è una verità in cui io sono ancora nel mio paese natale, in cui ho conosciuto gente, ho creato un blog diverso da quello partorito qui a Roma, e ci sono stelle, attraverso le quali galassie  sono state create, a cui io ho dato un nome. E non so più se sto parlando con te o me, mi sembra più una bottiglia penetrata da un fogliaccio logoro d’inchiostro, una bottiglia che non ho mai lanciato, preferendo tenerla in un armadio per quando tutto questo mondo crollerà, e sarà inondato, e allora non avrò bisogno di trovare la storia giusta per dirigere i miei pensieri, ma le bottiglie si riverseranno nell’infinito oceano senza più terre ad arginare.–
Lei mi guarda, cosa dovrebbe fare una donna adesso per essere vera? Piangere, forse, insultarmi per tutto quello che ho detto. Ma la bella si butta sul letto e sfiora con le dita le coste dei libri, carezza il mio Bandini, serpeggia con lo sguardo su Fante, passando poi al tomo di un Rampini, che non sono io, che mi sarò inventato, un Rampini che scrive per i più importanti giornali nazionali e passa il tempo libero a meditare e accumulare saggi con su il suo nome. Uno su l’altro, dalla Cina all’America, ritornando alla sua Italia, e risalendo con la memoria all’infanzia passata in Belgio.
Lei mi sorride trovando alcuni tomi con il mio nome inciso sopra, il cognome  combacia con il nome Giano, sono mie quelle croste d’inchiostro rattrappito; la mia prima pubblicazione dalla copertina amaranto.

Lei lo prende, si alza e dice qualcosa come –ora spetta a me conoscerti meglio.–
Sorride, con quel suo fare da bambina, proprio come l’Aurora che traccia colori sulle persone, come la bimba che giaceva nella culla prima dell’inizio.

Ci sono infinite parti di verità spezzate tra una mescola di bugie, come il cigolio del portone che si chiude, e non saprò mai se lei è stata qui. Neppure l’assenza di un libro tra i tanti della pila ha lasciato un segno, avrei dovuto misurarlo, valutarne l’altezza e sottrarre lo spessore del tomo… avrei, potrei.
La frustrazione è che sono ancora qua, a volte, e mi risveglio in un reale in cui ho perso interesse e consistenza.
Questa mia città con quel solito lavoretto part–time con cui sopravvivo con scarse possibilità di vivere. Che sia Roma o New York, che sia la Manhattan dei tracolli finanziari o la Iglesia di tempi recenti, ovunque viaggi, è che sto bene qui. Molto meglio a perdermi tra i dialoghi astrusi stile manga di una società che ha soppresso l’individualità per confondersi nel gruppo di appartenenza, che non il desiderio ossessivo di una America orientata al successo. Perché trovo molto più interesse in dialoghi al limite della follia che non in quei meccanismi perfetti dietro cui ruotano le sceneggiature di Hollywood.
Ha importanza, poi, se io sia davvero Giano, e non un Samael Golb travestito, o uno dei tanti personaggi innominati?
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Da dove viene? cosa si perde dietro il volto di un fantoccio tirato da file di lettere?

Ora dormirò; e quel che aspirerò, sarà quel dormiveglia in cui sono solo un personaggio che riesce a muoversi autonomamente, rigenerando la realtà secondo le sue tendenze, confinato tra sogno e tutto il resto. Il resto è ciò che perdo continuamente, perché i sogni sono intangibili, e non mi importa se svaniscono con l’alba, ma il resto è tutto quel che c’è di più, oltre il reale. Mi piace essere qui, al limitare, e ci rimarrò fin quando lo riterrò interessante, fin quando non deciderò di chiudere i burattini e recidere i fili che gli scorrono sotto pelle, e li muovono, e mi pompano.
:::: Poi sarà altro.

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