Foglie sparse


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Ricordo la sua andata. Ricordo il gorgoglìo dentro.
Ricordo quel filo sottile da cui passa un rigagnolo di spumoso sangue reciso.
Era sdraiata sul tavolino. Le gambe piegate, la vita sospesa. Aveva una lunga fila di buchi di luci che traspiravano dalla sua pelle. Luce scagliata da tapparelle semiaperte. I vetri sporchi, la gente sotto che borbottava qualcosa. E non c’era altro che l’avvento di uno spirare vuoto. Chi si fosse ricordato di lei non saprei. Lei non era normale, senza padre o madre. Un volto privo di espressione forti, il tempo che vi avevo trascorso a parlare di cose che sono senza valore ora. Di quelle cose che si perdono e non servono più a nulla, di quelle che quando ci sei passato sopra non resta altro.
Gironzolai per la cucina, il tavolo di legno sembrava assorto nel bere il suo ultimo alito. In tutto vi era come un velo di inverosimile. Mi sfuggì un senso di trasparenza come se quei pomeriggi passati assieme girassero in un vortice che mescolava sensazioni. Trascinandoli via per effetto di una forza centrifuga. Eravamo soli allora? O c’era una sua amica affianco? Dimenticanza di un corpo che soggiace alle regole dell’entropia che ci permea ricordando la dilatazione di arterie recise. Ma ancora lo scrutare attraverso quelle perle di luce che gli battono sulla pelle, che la trapassano, la risaltano evidenziando le imperfezione dell’epidermide, la cicatrice sul braccio a sottendere la voce di un ricordo che si era perso.
Un balzo e fui in quel picnic mentre mi diceva che il lavoro è solo una idiosincrasia, che la libertà è più una parola che un senso reale. Che tutte quelle cose che si leggono e si sentono e si vedono, tutti quei noir che ci sottomettono ad un mondo lordo e lardo. Spoglio di foglie, spoglio di vita con tutti quei colori sotto, di cose morte attorno al fusto. Un colore che compare solo con la fine, perché è così che ci voglion far credere che funziona. Che dopo c’è una seconda vita, che è giusto soffrire ed essere spremuti. Ed era estate ma da come ne parlava mi pareva di vederle quelle foglie caduche sugli alberi. Tutta l’aria era leggera e sottile come quando tutti i personaggi di una tempestosa commedia svaniscono. La sua voce si era affusolata e mi passava attraverso, divenendo sempre più asciutta e priva di morbidezza.
Il suo corpo era rigido e secco. Mentre il tempo gocciolava sul pavimento pensavo a quanto si fosse svuotata. Mi venne in mente che i suoi vasi sanguigni contenessero più aria che acqua. Il suo viso aveva nelle labbra l’assenza di un’espressione concreta. Affianco vi era un libro con dei grandi occhi che ti fissavano dalla copertina.
Avrà finito di leggerlo? Avrà atteso di raggiungere la fine?
Aprendolo scorsi una pagina imbevuta del suo sangue su cui spiccava una frase sottolineata.

 Allora mi chiesi. “Come mai non è stupita di se stessa, tiene la bocca chiusa e non dice nulla che risponde ai miei pensieri?”

Posai il libro e un leggero giro di testa mi fece cadere.
Quando mi risveglio sono sospeso con una mano legata da fili invisibili. Fili che attorcigliano il mio corpo alla sedia e le mie dita dita all’impugnatura del coltello. Fili che dirigono la lama sottile. Qualcosa mi scuote, una forza concreta che agisce sui miei muscoli. Il pallore traslucido del cavo di nylon. Ne seguo il percorso fino alle dita di lui, fino al volto coperto, gli occhi che saldamente afferrano il mio corpo.
È il sangue di lei, o forse il mio, quello che vedo sparso sul tavolo? I ricordi si confondono perché la dove era posata una ragazza, ora ci sono io.
L’uomo dal volto coperto apre la bocca con disgusto, e smuove il mio braccio. Sento il ghiaccio traversarmi il polso e poi un velo di nebbia attraverso cui scompare lei, e svanisco anch’io.

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