Il sognatore


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il sognatore - parte 5
Il sognatore – illustrazione di JFM

 

1

Da fuori veniva una luce caliginosa. Era come se l’arcobaleno fosse circondato di nebbia. La vetrata scorreva in alto lungo tutta la parete del seminterrato. Scintille di colore balzavano sul cofano dell’auto, adagiandosi su di esso, pennellandolo di sfumature insolite.
–Lo so, starai pensando chissà ché.
Magari che io ti farò del male, che ti strapperò il cuore, o cose del genere.
Ma non sono quel tipo, non preoccuparti.–
–Non ho paura– rispose la bionda appoggiata alla fiancata dell’auto. Aveva un’aria piuttosto sicura di sé, nonostante la situazione. Ho sempre odiato le persone che fingono.
-Dai, non dire così, sappiamo entrambi come andrà a finire. Ma sta tranquilla, se fai la brava cesserà tutto rapidamente.–
–Tu sei malato. Sono in un garage, dove nessuno ci può sentire, con un uomo malato.–
–A vederti parevi proprio una brava ragazza. Una di quelle che parlano d’amore e rose e fingono di piangere per la morte di un animaletto. E magari pensi che sia proprio così.–
-Io sono una brava ragazza, siete voi maschi a sbavarci sempre dietro.–
-Sì, sì, certo. La vedi? La luce è cambiata, l’arcobaleno si è spento. Il mondo torna al suo solito torpore invernale in attesa che una schiarita di bianco ci trascini nell’ennesimo Natale.–
–Parli come un libro, che cavolo importa? Anche tu sei come tutti quei maschietti! Spari sentenze, ma sulla mia auto ci sei salito alla fine, o sbaglio?–
-Non pensavo sarebbe finita così– sorrisi. –Ma non importa, perché vedi, questo è tutto un sogno.–
–Tu dici? Lo sai, di solito mi implorano, altri mi minacciano, alcuni piagnucolano e magari si ripetono che è solo un incubo, che si sveglieranno. – Mi guardò dubbiosa con i suoi occhietti celestiali. –Ma tu no, dico bene?–
Feci un cenno con il capo. –Nei sogni non si può leggere. È una questione di emisferi, l’elaborazione dei sogni avviene nell’emisfero opposto rispetto la lettura.–
–E bravo cervellone, ma la lezione te la puoi risparmiare, studio psicologia all’università.
Mi credevi una cretinetta. Mi spiace di averti deluso.–
Prima di controbattere, cercai di inquadrare il suo viso senza averne la certezza –questo non fa di te un genio. La mia laurea in economia, la trovi da qualche parte in soffitta, e non mi ha reso più intelligente.–
–Oh, abbiamo un laureato con del pepe sotto il culo! Cos’è, ti hanno soffiato il lavoro? Sei stato licenziato?–

Si alzò dal cofano avvicinandosi. Aveva zigomi delicati, un faccino gentile e pulito che tuttavia denotava una certa furia.
–Da quanto tempo lo fai?– le domandai.
–Questo? Da un po’, oramai lo considero un passatempo come un altro.–
–Quanti?–
–Vuoi che conti tutte le nullità che mi passano tra le mani?–
–Tu non sei reale.–
–E questo perché lo dici tu?–
–Lo so, sarebbe impossibile, insomma, non dovrebbe proprio essere che uno legga durante il sogno, ma a me è successo.–
Lei rimase ferma come una statua; sembrava proprio avessi attirato la sua attenzione.
Quindi ripresi –è successo una volta, avevo sognato di assassinare un imprenditore, credo, o era un avvocato?
Il tizio non voleva saperne di morire, e dovetti sporcarmi un po’ le mani, sai, questo avvenne prima di scoprire quell’altra cosa.–
Lei mi guardò sempre più dubitativa senza dire una parola.
Lasciai perdere quel dettaglio e tornai al succo. -Prima dell’omicidio, sempre durante il sogno, mi era capitato di trovarmi in mano dei fogli, precisamente erano degli opuscoli commerciali. Mi misi a leggerli come niente fosse, senza soffermarmici sul momento.
La mattina mi svegliai nel letto. Avevo sognato di uccidere quel tipo, ma poi mi ero svegliato di soprassalto.
Davanti alla solita tazza di latte, mentre leggevo un libro, mi resi conto dell’assurdo.
Non potevo aver sognato, avevo letto!
Iniziai a sudare, era tutto vero!
Stavo uccidendo delle persone senza neanche accorgermene?–
–Aspetta un attimo, fammi capire, saresti una specie di serial killer?– mi interruppe con tono derisorio.
Scossi la testa – non faccio del male a nessuno, vorrei, credo, ma è tutto dentro la mia testa. Non è vero. “La realtà esiste in un posto sconosciuto e i sogni esistono nella realtà; e la verità è nel tuo cuore.”
Ecco, la mia realtà, ora, è il sogno.
Io credo, capisci, e per questo posso, ma solo qui, solo in questa realtà illusoria. –
–Io sarei un accessorio del tuo sogno?–
–Non sei reale, ma non puoi capirlo, né accettarlo.–
Lei sorrise, questa volta le labbra avevano assunto una piega acida. –Finisci, poi ti dimostrerò quanto ti sbagli.–

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2

Il garage era grande, chiuso da una rudimentale porta bloccata da un catenaccio interno. Di tanto in tanto notavo come l’aria si condensasse in una figura. Essa cambiava di posizione rimanendo sempre alle spalle della ragazza. Non aveva contorni definiti, era vanesia come le domande che la bionda mi rivolgeva.
La sagoma della ragazza si incastonava nell’oscurità del tramonto poggiandosi sul cofano della vettura. Era gradevole, non certo una donna trappola, però aveva qualcosa di attrattivo. Il push-up rendeva invitante quel seno abbondante che, senza l’impermeabile a coprire, si rivelava sciatto e cadente. Aveva dei bei topazi azzurri che mostrava di sfuggita da dietro gli occhiali da sole. Un’ottima esca mascherata con lenti a contatto colorate a nascondere delle pietruzze nocciola.

Preso tra la ragazza e l’apparizioni tentai di ricollegare il discorso. –Nel sogno ero parecchio sporco di sangue, quel tizio mi aveva lerciato. Ma dopo colazione, davanti allo specchio, non notai alcun macchia sul corpo. La doccia recava i segni di un utilizzo recente e lì per lì mi spaventai, poi ricordai che la sera prima mi ero lavato. Mi domandai per giorni cosa avessi fatto quella notte, ma per quanto mi sforzassi non trovavo risposta. Eppure mi ero imbrattato…
“Ciò che è nel cuore di un uomo ne forma il contenuto e nuove immagini cambieranno i cuori e la loro forma.” –
–Sì, questo l’abbiamo capito– tagliò corto la ragazza –non mi interessa come raggiungesti questa tua illuminata verità, piuttosto; quanti ne hai uccisi? Ti ricordi?–
–No. Sono solo sogni– e sottolineai quell’affermazione con un impercettibile accenno alla compagine melliflua da cui erano emersi due limpidi occhi dorati.
–Quanto spesso sogni?–
–Più o meno ogni notte– risposi senza troppa convinzione soggiogato da quello sguardo che ora pareva sorridermi.
–E in tutti i sogni uccidi qualcuno?–
–No, non sempre. A volte sono io che muoio.–
–Mi sa che questo è il tuo ultimo sogno, uno di quelli in cui muori– replicò arcignamente la bionda.
–Ucciso da una brava ragazza? No, non credo proprio. So come funzionano i sogni, inizio a capirne i meccanismi.– Dissi esitando, poi sforzandomi di fissare la ragazza in viso risposi un blando –non andrà così.− Quindi la mente si ricollegò alla citazione precedente.
“Il potere dell’immaginazione è la capacità di cambiare il futuro, e di creare il tuo tempo.”
Certo io morirò– non sapevo più a chi stavo parlando, se alla bionda, alla cosa sullo sfondo del garage, o me stesso. Quell’essere dimostrava l’assoluta impossibilità del reale. Mi sbatteva in faccia la certezza del sogno, eppure… –Sono arrivato talmente a fondo che non posso più tornare indietro– e queste parole risuonarono nella mia testa come una condanna, –insieme abbiamo deciso il cammino, e questo è quanto.
Sono quasi quindici anni che tendo al declino, purtroppo non tutte le persone autolesioniste possono pretendere la gloria. Però ci è permesso afferrare una parte della vita preclusa ad altri, quella zona buia che si rivela solo dopo aver scavalcato i confini sociali– e la sanità mentale, rimuginai nel vedere le nebbie incorporee divenire braccia e gambe.
Era in tutto una donna, i suoi fianchi larghi oltre ogni misura e le sue mammelle grottescamente possenti non lasciavano dubbi in merito. I suoi occhi erano grandi come la sua bocca larga incastrata tra zigomi netti. La sua pelle era incolore, proprio come la nebbia da cui sembrava aver preso consistenza. Le gambe partivano da cosce imponenti e scendevano giù come un perfetto triangolo che terminava in caviglie insostenibilmente strette. Nel mezzo di quella figura grossolana vi era il sedere. Impossibile, sporgeva dalla schiena formando quasi un angolo retto con essa. Abnorme e disgustoso, una donna che recava in sé qualcosa di atavico con quelle sue ridicole proporzioni. Fu solo un colpo d’occhio poi la bionda riprese a parlare.
–Dio mio, sembri quasi un santone!
Un santone con le mani zuppe di cadaveri non è molto credibile, però.– Ribatté in tono di scherno mentre io ero ancora intento a fissare la donna calva che gravava oltre le sue spalle cercando di scorgere nei suoi occhi dorati tracce delle sue intenzioni.

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3

L’umidità era palpabile. Fuori la nebbia velava il barlume rimanente. La bionda mi interrogava cercando di ficcarmi nel cervello quei suoi occhi finti.
L’auto su cui poggiava era alta, con ruote grandi e larghe. La ragazza al confronto sembrava un piccolo elfo uscito dal bosco dietro casa su cui torreggiava, non vista, la donna apparsa dal nulla.
Interrompendo il corso dei miei pensieri, replicai alla sfacciataggine della bionda. –Non cerco più il bene della gente, non pretendo più di salvare nessuno, non potrei neppure volendo. Ci sono troppi pezzi di me che non collimano.
Quindici anni fa ho scelto di ricusare certi valori, solo che non si può se te li hanno ficcati dentro fin nelle viscere. Volente o nolente sono parte del tuo essere e per quanto voglia considerarli accessori e fastidiosi si riaffacceranno sempre nei momenti meno opportuni. Puoi solo fingere di essere cinico, e magari esserlo a tempo alterno.–
–Quindi non sei semplicemente matto, sei dissociato, hai una personalità multipla!–
–Non esageriamo, ho solo due schemi di pensieri paralleli che agiscono in contemporanea- conclusi, stanco di tirarla per le lunghe. La donna non sembrava voler intervenire, si rivelava come spettatrice di quel dialogo. Una presenza che tuttavia imponeva un certo rispetto.
Resomi conto della situazione tentai di liberarmi dalla morsa d’acciaio che mi costringeva seduto.
–Sembri molto sicuro di te, ma del resto sei pazzo. Come vuoi liberarti da quelle catene se non riesci neanche ad alzarti dalla sedia? Mi spiace pazzo, ma oggi metterò la parola fine alla tua storia.–
–No, non ha senso, te l’ho detto. La gente è buona o cattiva, si riempie la bocca. Ci si parla in faccia, si dice la verità. Ma è una verità che non conosciamo, cerchiamo ognuno la propria, ma poi, poi; ti svegli il giorno dopo, e sai che è diverso. Che non vale più quello che pensavi ieri. E se così è, se non possiamo capirci. Come possiamo giudicare?
“Ma se le persone non agiscono liberamente non cambierà nulla. Allora dovrai recuperare la tua forma con la tua volontà anche se le tue parole si dovessero perdere o confondere con quelle degli altri. Chiunque può riavere la sua forma umana se riesce ad immaginarsi nel suo cuore.”–
La sua gamba scattò rapidamente verso le mie parti intime, prendendomi solo di striscio.
–Tu giudichi, eccome se giudichi! Li hai ammazzati tu tutti quegli imprenditori, quelle donne, quei vecchi… e per ognuno avevi un buon motivo, vero? Per ognuno la tua mente malata aveva emesso una verdetto! Certo, non che possa sputar sentenze alla leggera visto che anch’io faccio lo stesso con gli uomini bavosi come te. Ma tu… tu– disse sottolineando quel pronome con un secondo calcio che mi fece veder le stelle.
Quindi attese che mi fossi ripreso per continuare –tu non hai uno scopo, tu ne hai cento, il tuo nemico è il mondo!–
Sorrisi stentatamente –se c’è una cosa che ho appreso da certi fumetti è che l’assassino inafferrabile è colui che non ha un criterio di scelta per le sue vittime. Ma questo non è che una pura casualità, io non scelgo le vittime. Non cambia nulla. Nel mondo, né nei valori. Ognuno ha le sue ragione, e agisce di conseguenza. Il fatto che le cose vadano come si voleva, o meno, è una mera conseguenza.–
–Appunto, sei proprio matto.–
–Dipende, matta è la gente che continua ad andare avanti. Quelli che non sanno perché si comportano in un certo modo.
O matti sono quelli che si prendono un impegno, che pensano di cambiare la società, e si portano dietro il magone per un mondo che non vuole maturare. Per fare qualcosa di buono, magari finiscono a fare volontariato per organizzazioni che, a conti fatti, sono sempre e comunque legate al mercato a doppio filo. E che magari migliorano la vita di famiglie in paesi in via di sviluppo a scapito di quelli in cui risiedono.
Ma non se la finirebbe più se pensi alla pazzia stessa insita nell’idea di nazione che non si discosta poi molto da quella di razza.
Ma tu la vuoi farla finita. È buio già da un po’ e mi devo svegliare– conclusi buttando un occhio sulla donna costantemente immobile.
–Bene, hai detto la tua frase celebre, purtroppo non resterà negli annali visto che questa chiacchierata rimarrà tra noi e tu finirai sepolto e dimenticato. Peccato– aggiunse con un motto di stizza –diverrei famosa se si sapesse che sono stata io a fermarti.–
Fu l’ultima cosa che disse prima che la sua arteria schizzasse come un palloncino.

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4

Venne la luce, sgusciò dall’angolo della vetrata muovendosi lentamente fin quando non fui interamente irradiato dal sole. Doveva essere pomeriggio, il pomeriggio di un nuovo giorno, ed io ero ancora immobilizzato.
I miei sforzi per liberarmi erano stati inutili. Anche questo mio fantomatico potere non riusciva a spezzare l’acciaio che mi imprigionava. Al contrario gli anelli premevano sempre più nella carne attanagliandomi in una presa algida.
–A questo punto dovrei svegliarmi– dissi, rivolgendomi alla corpo della bionda senza più anima. –Se mi avessi lasciato parlare almeno avresti saputo di cosa morire. Ti avrei rivelato di come ad un certo punto capii che c’era quell’altra cosa di cui ti avevo accennato. Ti avrei rivelato, ottusa brava ragazza, che non ho più bisogno di una lama per uccidere le persone e del resto non è nulla di speciale visto che tutto questo è creato dalla mia fantasia. Avrei potuto tagliuzzarti fin da subito. Ma tutto questo, ora, non ha più importanza. Vorrei solo sapere quanto tempo deve ancora passare prima che mi svegli.
Ero un cazzo di bravo ragazzo, o quasi…–
I giorni si susseguirono ma quel sogno non cessava, poteva un miraggio della mente protrarsi tanto a lungo? Era solo una mia percezione dilatata del tempo? Cosa mi stava accadendo?
Nel frattempo, della donna evanescente non vi era traccia.

 Passarono cinque, forse sei giorni, in una oscurità rischiarata a tratti da uno storto sole invernale. Più ci pensavo, e più sapevo di essere in un sogno, eppure nei sogni non si può leggere, invece riuscivo a vedere la targa, e anche le scritte sotto di essa.
Ero certo fosse un sogno, gli esp non esistono nella realtà, le persone non acquisiscono poteri quando vengono colpiti da radiazioni, fulmini o retrovirus. Non ero una cazzo di carta da gioco in un dannatissimo libro di Martin. Restava il fatto che il suo cadavere puzzava e le mosche le giravano attorno, restava quello squarcio alla giugulare apertosi all’improvviso.
Dunque questo non era reale, però non era nemmeno un sogno, perché riuscivo a leggere. E allora dove ero? Come mai avevo sempre più la sensazione che le sue ultime parole non fossero mera vanteria?
Sedimentava il dubbio, il sospetto di un’atroce condanna finale, una morte per inedia.
Nel mezzo dell’immersione in simili pensieri ritornò lei. Ora la sua pelle era scura oltre qualunque colorazione umana. Era ebano, era ossidiana, rifletteva la mia idea dell’oricalco, pareva forma scolpita tanto era lucida e liscia la sua pelle.
Mi si avvicinò sfregandomisi addosso, lasciando che le mie mani bloccate dall’acciaio le percorressero il corpo, o meglio, era lei a muoversi lungo le mie dita con una grazia che mai le avrei potuto attribuire. Notai le sue movenze sinuose, feline. Il modo in cui i suoi arti massicci si muovono del tutto fuori da ogni logicità fisica e cinetica.
Per un attimo quell’incantesimo mi indusse a considerarla invitante, necessaria, insostituibile. I suoi occhi come sfoglie d’oro venato da fili scintillanti. La sue labbra colme, al pari delle sue natiche, oltre ogni misura; sporgevano bizzarramente pronunciando sussurri indistinti che ravvivano il mio membro fiaccato dall’arsura. Sentii il mio cuore imporre palpiti, pompare. Erano vibrazioni, più che battiti quelli che mi irrorarono di sangue. I muscoli esplosero sommersi da un flusso sproporzionato. Il corpo mi dolse fin quando lei non si allontanò riportandomi a ciò che può essere letteralmente definito pace dei sensi.
–Come va, piccolo uomo?– domandò con un tono civettuolo.
Tra le mille domande che vagarono nella mia mente, nessuna si adattò al momento. –Non molto bene.–
–Non sei ancora riuscito a sfuggire a questa trappola?–
–Vorrei svegliarmi, o almeno spezzare le catene, ma non riesco in nessuna delle due cose.–
–Sei ancora limitato, e la tua percezione è distorta. Cosa che in fondo pone le basi per quel che sarai.–
Ero certo di non aver mai visto prima quella donna, eppure la risolutezza che traspariva in lei non lasciava dubbi.
–Piccolo uomo, perché continui a relegarti qui? Smettila di giocare con questa tua vita. Io so cos’hai fatto, meglio ancora, so cosa sarai.
Ti ripeti che sono solo sogni, le teste di uomini a cui permetti di esplodere come angurie succulente, i fili di nylon con cui credi di legare le mani di persone…–
Mentre pronunciava quelle parole assunse una pelle lattea, intrisa di strani ghirigori neri. Come un vaso, come una maiolica intarsiata d’ebano.
–Ma non sono sogni, e quei fili sono divenuti nylon a causa della tua mente contorta che rende credibile ciò che non le appare tale.–
A sottolineare questa dichiarazione mi strappò dei peli e quindi prese ad allungarli fin quando questi non si distesero per tutta l’ampiezza delle sue braccia aperte. I peli divennero fili trasparenti, e plastici, che sfumarono in volute di nebbia in pochi secondi.
–Quei fili sono una parte di te, con essi leghi esseri umani costringendoli a muovere gli arti per fini non voluti.
Capisci? Tu sei migliore di questo, e lo dimostra la carcassa che giace ai tuoi piedi– ribadì soffermando il suo sguardo sulla bionda. Fu solo un attimo, ma nei suoi occhi scorsi un taglio netto, felino, e di nuovo non potei evitare di domandarmi chi fosse questa donna che mi concupiva schernendomi. Da quali meandri della mente poteva sgorgare una così limpida mostruosità?
−Tu vai oltre, solo devi compiere un primo passo per divenire.–
–Se questo è reale− replicai poco convinto da quell’ipotesi –il mondo è ben lungi dall’essere “normale”.–
–Piccolo uomo, credi ancora che vi possa essere altro, oltre l’apparenza, che sia normale? Mi hai vista; dunque, come può essere definito normale un mondo che permette un’esistenza come la mia, o la tua?− controbatté scandendo con lentezza quelle ultime parole.
La guardai, accennai un movimento delle mani verso di lei e in un istante il suo corpo mi fu addosso. Si strusciava su di me con la stessa fregola di una gatta in calore, altezzosa e desiderosa.
−Dunque non sono così rivoltante?− ribadì passandomi la rosea lingua sulla guancia.
−Tu− risposi, smorzando un gemito –mi stai… stregando. Prima, per poco non mi ammazzavi.−
Lei si ritrasse e un lampo di soddisfazione apparve tra le sue lucenti iridi giallognole.
Stava giocando, mostrandosi solo a tratti, rivelando parti della sua vera natura come quell’occhio che mi era apparso inizialmente felino, mentre era altro. In esso vi erano sfericità di luci, orbite di scintille che vi rotolavano attorno. La pupilla lunga, simile a quella di una tigre conteneva punti bianchi e collisioni di energia.
Mi resi conto nel battere delle sue ciglia che ero solo un trastullo, un pupazzo inerme che voleva coinvolgere in un suo macabro delirante scherzo insensato. Non vi era nulla di vero, e le sue parole non avevano alcun valore se non quello di un affilato strumento atto a sconvolgere le mie certezze.
Forse lei se ne rese conto, o forse, era solo un’altra mossa calcolata del suo gioco.

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5

Oggi dovrebbe essere un giorno speciale per me, pensai.
Lei si avvicinò nuovamente, questa volta venne avanti con il busto e le sue sproporzionate forme si abbatterono su di me con un impeto inaspettato. Erano morbide e compatte, seppure mantenevano quell’aspetto di lucida pietra.
−Io sono− riprese lei –un essere che scavalca la tua immaginazione. Non ho nome. Io ho− sottolineò quelle parole con un ambiguo gesto che terminò con un suo capezzolo tra le mie labbra, −colei che gioca con i potenti. Ci sono realtà in cui gli uomini sono sottomessi a pochi attraverso un complesso intreccio di macchinazioni. E altri in cui essi sono liberi di vivere serenamente. Le realtà sono molte, e cambiano, spesso a causa di quelli come noi.−
−Ma allora…−
−Silenzio piccolo uomo, ora ti si offre la possibilità di possedere una dea. Un piacere di cui non molti hanno goduto.− Affermò stringendo le labbra attorno al mio collo. Sentii l’improvvisa pressione di tutta quella carne forzatamente stretta sulla mia pelle. Poi venne il risucchio, prolungato, indistinto. Sembrava stesse prosciugando il tempo, ritraendolo in uno spazio sempre più angusto, dilatando quella meravigliosa sensazione per un periodo intellegibile.
Potevo a mala pena poggiare, senza troppa forza, le palme sul suo petto senza riuscire a ricoprirne che una minima parte.
−Io, in questa forma, venni ossequiata come la dea primeva, succulenta, massiccia, fonte stessa della vita. Le mie larghe natiche erano il simbolo di una fertilità ciclica. Io sono stata la generatrice− affermò con un atteggiamento che mostrava un certo diletto. –Ovviamente, io non sono quella, come non sono una donna partorita dal Clifoto che un visionario artista del tuo mondo ha definito Meretrice di Visceri; sbirciando in verità proprie di altri universi.
Ed ora, adesso che sai questo, taci e lasciati possedere. Prendimi, afferra quel che c’è dietro la nebbia e godi di essa.−
Così dicendo un’ondata d,energia mi ravvivò le membra. Le pareti del garage si tinsero di giungla e sulle colonne apparvero pitture rupestri di donne simili a quella che avevo tra le braccia.
Era pesante, gravoso il compito di poggiarla sulle ginocchia. Fu faticoso riuscire a penetrarla, il suo imene compatto era una soglia, un ostacolo frapposto ai deboli. Nelle condizioni in cui ero l’unico elemento che mi permetteva di soddisfare le sue richieste era l’inumana vitalità di cui mi sentivo pervaso.
Quasi a difendermi, le rivelai –oggi era il mio compleanno!−
Ma non servì a molto.

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6

Terminato quell’immane atto di lussuria lei scattò in piedi cancellando quella sorta di murales che avevano partecipato alla nostro libido.
−È ora di fare un po’ di chiarezza, piccolo uomo.
Io non sono una divinità, e non lo sarai neppure tu. Di fatto, nella mia lunga esistenza non ho mai incontrato un dio, perché le divinità non esistono, sono solo uno dei tanti modi per definire entità che non capiamo. Io sono un’evoluta. Vado dove desidero, vago in ogni spazio. Creo storie, manipolo civiltà.−
La donna tonda che mi si parava dinnanzi aveva improvvisamente cambiato atteggiamento. Non vi era più traccia di desiderio, ma solo un inafferrabile senso di lontananza. Una sorta di profonda tristezza.
−Come ti ho già detto, in alcuni mondi che ho visitato gli uomini sono sotto il gioco di altri.
Si illudono di libertà che non hanno. Sottoposti a gioghi complessi, lacci vari che li costringono a muoversi secondo volontà altrui.
Ci sono posti in cui il sistema politico non è altro che uno strumento utile alle alte sfere per tastare il polso della situazione. Tendenzialmente quando la vittoria è dei conservatori, le cose restano come sono, quando invece vincono le fazioni più rivoluzionare usano la frusta, restringendo la libertà, fin quando le persone non si sottomettono o non scendono in piazza. Entrambe le situazioni sono già previste, e ad esse seguono delle specifiche contromisure.
In altri casi le verità vengono nascoste solo per capriccio. Quella che voi definite Storia non è altro che la versione dei vincitori solidificatasi in documenti più o meno autentici. Io stessa, per il gusto di imitare altri evoluti, mi sono sbizzarrita a creare edifici e testimonianze. Ho lasciato strutture che civiltà antiche non potevano costruire con dei mezzi rudimentali. A distanza di millenni quelle strutture sono state profanate e riutilizzate per testimoniare il potere e la supposta divinità di questo o quel sovrano. E non è andata meglio con le popolazioni successive, quelle che voi amate definire civili. Gli studiosi hanno creato una loro storia basata sulle poche conoscenza dell’epoca, dopodiché si sono impegnati a creare un complessa ragnatela di illazioni che proteggessero quelle menzogne. Ma questo è solo un esempio, qualunque cosa che il potere non capisce o non riesce a controllare, viene reso ambiguo. Autori seri vengono affiancati da studiosi faziosi al soldo dei potenti, o da gente che aspira alla gloria.−
I suoi occhi avevano preso a brillare, ma questa volta non era un luccichio seducente, ma una più umana velatura data dagli occhi umidi della donna.
−Noi proveniamo da età e luoghi diversi, si può dire che rappresentiamo un po’ tutta la società umana.
Non ha senso, capisci? Non ha senso cercare di cambiarla. Non ne hai il potere. Quella che definisci democrazia può essere una menzogna, o magari sei nato in uno di quei mondi che diverranno pacifici.
Ma non ti illudere, anche dietro una supposta pace planetaria, a volte, si muove un evoluto che sta giocando a fare il dio buono e giusto.
Il fatto è –sorrise forzatamente reprimendo le lacrime –che non avrai modo sapere, finché resterai in questo stato.−
Si voltò, con la vulnerabilità di una timida adolescente che cerca il suo posto nel mondo. La sua forma rimaneva grottesca, ma la sua pelle si era tinta del giallognolo tipico della razza mongoloide.
−Io…−
−Tu sei speciale, lo sei per me. Tu diverrai colui con cui dividerò la mia esistenza.
Quanti legami può creare un essere immortale? Che non è collegato a nulla, che non conosce neppure le sue origini?
Uno dei prezzi maggiori da pagare è la perdita della memoria. È così per tutti. Arrivati ad un certo punto della nostra sterminata vita, dopo esserci trastullati con il potere e aver deviato la storia di innumerevoli civiltà, si arriva ad un punto in cui devi conoscere la tua prima vita. Cosa eri prima?
E poi, quando ci sei, quando raggiungi lo scopo e vedi le persone affianco a te, non ti sovvengono che vaghi ricordi. Amici, parenti, genitori, fratelli, amanti… e nulla che ti tocchi dentro. Sono solo immagini di un passato che è separato dal presente.−
Si girò e mi squadrò, gli occhi lucidi recavano tracce di pianto, ma non una sola lacrima le rigava il volto. −Balzi da un luogo all’altro del multiverso, fin quando non cogli un elemento fondamentale, qualcosa che nei tuo lunghi giochi di potere, mentre eri intento a sterminare o salvare una qualche civiltà, non ti era passato per la testa.
Dove inizia tutto?−
Si soffermò su quella frase. Esitò, quindi mi diede un bacio con gentilezza, senza alcune libidine; quasi virginale.

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7

−Cerchi in lungo e in largo, l’esatto inizio. Già altre volte avevi tentato di misurare le tue capacità inseguendo il principio dei tempi. Ma ora sei diversa, ora sei cambiata. E scopri il principio, vedi la prima conformazione del multiverso, e ti rendi conto della tua limitatezza. E vorresti fare un altro passo evolutivo, non sai se è possibile; ma una risposta ci deve essere!−
−Sei sempre stata una gran confusionaria− una voce maschile interruppe il suo monologo.
Lei si girò, assumendo di nuovo la colorazione traslucida con cui mi era apparsa.
−Inutile, troppo tardi, ti ho vista. Sei regredita ad un livello meno evoluto e così facendo mi hai rivelato la tua origine. Eri asiatica, dunque?−
In lei trasparì una terribile rabbia. Nella sua mano prese forma una sfera scura e compatta che pareva distorcere lo spazio attorno. La scagliò verso l’entrata. Poi quella specie di proiettile subì una deviazione secca che la mandò a collassare sulla vettura, sparendo con essa.
−Lascia stare questi gesti inutili, sai benissimo che non puoi farmi nulla scagliandomi addosso una cosa del genere. Così confonderai il nostro amico. Piuttosto, se proprio vuoi spiegargli come stanno le cose. Permettimi di semplificare quanto hai detto, sono certo che deve aver perso qualche passaggio, o sbaglio?−
La voce non aveva provenienza, sembra diffondersi dalle pareti, e per un attimo mi venne il dubbio che vi fossero delle casse nascoste nel garage.
Feci quel che ritenni più logico, voltandomi nella direzione in cui scrutava la donna.
−Allora?− replicò la voce.
−Spiegami− risposi.
−Bene, il punto fondamentale è che noi siamo un’evoluzione degli umani. Proveniamo da universi diversi ma si potrebbe dire che abbiamo tutti una stessa origine.
Per evolvere devi prima morire, seppure la prima morte è solo illusoria. Dopodiché si rinasce senza più memoria del passato.
In seguito ti rendi conto che puoi manipolare la realtà, compiere azioni che consideravi impensabili, come fare balzi negli altri universi. Ma questi universi hanno un limite. Non nel numero, o nell’estensione spaziale, il loro limite è il tempo. Sei come un pesce in un’enorme boccia di vetro. Il luogo in cui ti trovi è l’inizio e la fine del tutto? O c’è dell’altro?
Inoltre, c’è un’altra domanda interessante che bisognerebbe farsi…−
−Aspetta un attimo− si intromise la donna. −C’è prima un’altra cosa di cui vorrei parlargli.
Il silenzio che fece eco alla domanda era di per sé una risposta.
−Ti rendi conto, ora, di cosa devi fare per divenire uno di noi?−
Cercai di fissarla negli occhi. –Morire.−
Assaporai quella parola che più volte mi era passata per la mente. Assumeva un gusto nuovo, curioso, distante. Mi tornarono alla mente le persone assassinate nell’ebbrezza del sogno. E mi sentii come quel russo che scriveva best-seller su di un efferato serial-killer. Fin quando non si scoprì che i suoi racconti non erano altro che il diario delle sue imprese.
La domanda emerse da sola, come se ne fosse stato reciso il legame che la teneva sul fondo; sarò anch’io osannato come lui? Anche i miei fumetti diverranno culto di una setta satanica?
Sorrisi a quel pensiero. Cominciavo a cogliere la verità dietro le maschere.
E dissi –tutto questo non ha senso.−
Senza nascondere un leggero compiacimento, la voce ubiqua dell’uomo replicò –ora; cominci a comprendere…
Dov’è il senso di una longevità sterminata se ciò che comporta è una inappellabile solitudine?
A cosa serve la conoscenza se ciò che ne segue è la sofferenza?−
La donna rimase in silenzio passando più volte lo sguardo da me ad un punto vuoto del seminterrato.
−Dunque? La risposta?− domandò infine la voce.
Ci pensai su, passai minuti a fare congetture, a valutare ipotesi. Ma non riuscivo a trovarla in alcun modo.
−Ecco, la risposta.
Essa è nel silenzio, e nel dubbio. Maggiore è la conoscenza, maggiori saranno i limiti. Puoi allargare quanto vuoi la bolla in cui sei rinchiuso, ma non potrai mai aprirla. In verità, non potrai neppure appurarne l’esistenza.
Ci siamo liberati della gabbia dello spazio, possiamo muoverci liberamente attraverso di esso, e possiamo anche spostarci nel tempo. Ma abbiamo un limite.
Un limite che potrebbe essere anche solo ipotetico, ma resta il dubbio, resta la domanda. Inoltre, se posso…−
−Fai pure− rispose lei algida.
−C’è un altro bel quesito da porsi.
Se gli uomini girano sempre attorno al potere, se la società umana è, in alcuni casi, sorretta da forme di potere occulto. Come possiamo essere certi di non essere noi stessi, noi che ci definiamo evoluti, sotto il giogo di esseri più capaci, che magari hanno compiuto un ulteriore passo evolutivo?−
Lasciò che alcuni secondi passassero per permettere alla domanda di aleggiare nell’aria.
Potevo immaginare la soddisfazione che avrebbe mostrato il suo volto se solo fossi riuscito a vederlo.
−Ora però dobbiamo andare.
Se c’è una cosa che ci dà sempre grande piacere è sparire all’improvviso. A volte balziamo altrove, in altri casi ci rendiamo invisibili per alcuni momenti per gustare l’espressione stupefatta del nostro interlocutore. Del resto, cosa saremmo senza i nostri giochi di prestigio?−
Quindi proseguì, cambiando tono –e tu, non toccarlo. Lui non deve morire adesso, altrimenti cambierai la sua vita. Sei stata tu a uccidere la ragazza prima del tempo, prima che potesse carpirla con i suoi fili, costringendola a liberalo.−
Ci fu una pausa che lessi come una titubanza della voce. −Il fatto che tu sia qui, e sia ancora viva, dimostra il nostro legame. Che tengo a te più di lui.−
−Dimostra solo− ribatté la donna, −che ci piace giocare fino alla fine.
Sai quanto rischi a lasciare una creatura inerme come lui tra le mie dita. Ma non è giunto il tempo, non sono ancora stanca di te, e tu mi desideri ancora.−
Ebbe una breve esitazione, quindi la donna riprese. −Conoscere la prima vita di un evoluto equivale a una sentenza di morte. Meglio sarebbe per la nostra incolumità non avere memoria delle nostre origini. In fondo, vi è sempre la possibilità che in un attimo di debolezza, magari nel mezzo di un amplesso− si soffermò su quella parola− le nostre difese calino.
Si potrebbe finire in balìa di qualcuno che possa addentrarsi in esse.−
−Lo so, mia dolce strega, ma il sesso è parte dell’intrattenimento. Pericoloso, come ogni cosa che facciamo. Perché assumere quella forma, altrimenti? Perché non soddisfare i desideri di questo povero ragazzo che ambisce a donne più longilinee così come appaiono sugli schermi di questa epoca? Avresti potuto essere molto più desiderabile, più slanciata, meno atavica. Ma è il tuo tocco, tu non lasci mai piena soddisfazione, preferisci ammorbare gli uomini con un piacere equivoco e distorto.−
Quindi la donna svanì. E le mie catene si spezzarono.
Rimasi per diversi minuti ancora in quel garage non sapendo se erano ancora presenti. Se erano andati.
Cercai le lettere della targa senza trovarle. Erano sparite assieme all’auto in quella sorta di alterco che i due avevano avuto. Non potevo tentare di leggere. Non sapevo neanche dove fossi. La ragazza era scomparsa assieme alla donna. Dovevo aspettare solo di svegliarmi.
Ripensai a quanto detto da una vecchia amica tanto tempo prima. Anche lei era riuscita a leggere durante un sogno, ma erano solo poche righe, poi le lettere le si erano mischiate creandole una gran confusione in testa.
Ricordavo bene di aver letto quegli annunci sull’opuscolo, ma quante parole erano passate prima che lo gettassi nel cestino?
Non sapevo, non riuscivo a rammentarlo. Mi riproposi di trovare un libro da leggere nel sogno successivo.

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