Verso terra


La tempesta imperversava. L’uomo dalla cabina osservava l’acqua salmastra strabordare ricadendo sul ponte della nave. Alzando la testa, fece un gesto ai compagni intenti a controllare i passeggeri. Spense il motore e prese il fucile. Quindi si diresse verso la massa di persone a bordo puntando l’arma. «Ok, è ora di scendere.»
Quelli lo guardarono. Nessuno disse niente. In fondo, avevano un unico scopo. Era la loro scommessa, non li avrebbe mai capiti, tutti quei morti in cerca di una terra migliore, quello che chiamavano il calzino del Mediterraneo, o roba simile. Non importava, lui aveva la sua barca, e si faceva pagare bene. Suo compito era portarli fino al largo di Lampedusa, il resto spettava ai clandestini. Le loro braccia, le loro gambe, e ancor più il loro desiderio di vivere, ne avrebbero deciso l’esito finale. Sapevano di non poter tornare indietro, quelli non erano avventurieri con il lusso del ripensamento, erano profughi. Il fucile serviva solo a dargli la spinta finale.
L’anziano fu il primo ad avvicinarsi al bordo, prese il polso di una donna e la spinse al suo fianco. Lei si voltò, e lui le mostrò quel suo cipiglio tipico da decisione definitiva ingrigito dagli anni.
La donna si tuffò con eleganza, era figlia sua quanto delle acque. Vederla scivolare sulla superficie del mare lo commosse. Era anziano, aveva visto molte cose brutte, ma quest’ultima prova, tutta quella rabbia, quegli insulti. Spiccò un salto e la salsedine del mare coprì le tracce lasciate dalle lacrime. Raggiunse la figlia, e insieme cominciarono la lunga marcia verso la spiaggia.
Le onde lo spingevano a ogni bracciata. Perdeva direzione quando la tempesta aumentava di intensità. Veniva schiacciato giù, e risalire era sempre più dura. Ripensava agli sguardi crudi della gente che gli aveva portato via la casa. La sua graziosa casa sul mare. Credeva di averlo conosciuto, il mare, ma era stata solo un’impressione, proprio come i suoi compaesani, anche il mare era capace di atrocità. Solo non aveva mai mostrato quel volto. Il vecchio pensava alla morte. Era tutt’attorno a loro, era il più probabile destino. L’ultima ondata gli apparve come una miriade di dita affioranti dalla schiuma. Dita diverse, appartenenti a un unico braccio mostruoso. Dita malvagie, ma anche magnanime. Poteva bastare, si disse, il resto spettava alla figlia.
La donna attese per diversi minuti. Alcuni clandestini, i più esperti nuotatori, la raggiunsero proseguendo senza fermarsi. C’erano solo uomini, le donne restavano dietro.
Prese forza e cominciò a mettere una bracciata davanti l’altra. Senza pensare, gambe e dita distese. Come fosse un solo pezzo, come avesse un solo scopo. Oltrepassò un uomo, un secondo. Era come in piscina, durante le gare, l’avversario andava monitorato nella fase di respirazione. Per alcuni minuti la situazione resse, poi, dopo aver distanziato anche l’ultimo clandestino, non comprese più il senso. Stava andando dove? in cerca di cosa?
La sua famiglia era stata risucchiata. Suo marito preso dai suoi connazionali, con l’accusa di essere diverso, di avere altre origini. Suo padre distrutto dalla stupidità umana. C’erano luci a indicare il porto. Ma il mare era scuro. Il mare non aveva padrone, ma la terra, la terra verso cui viaggiava era già di altri. Rivendicata da alcuni, acquisita per diritto di nascita dai loro eredi. Nel soffermarsi sulla limpidezza delle acque si domandò quale parte delle terre emerse erano rimaste pure. Quanto terreno non aveva mai visto versare del sangue umano.
Poi qualcosa le scivolò dal fianco al petto. Il suo seno sottile in grado di slittare sul mare con una leggerezza inarrivabile alle nuotatrici più formose. Le si infilò nelle intimità, si sentiva invasa nel ventre, temette per un momento di essere presa lì, da un quell’ostacolo indefinito. Di sentire un rivolo di sangue scorrerle tra le cosce. Invece si abbassò sulle gambe e la morse, scomparendo allo stesso modo in cui era apparso. Nel nulla, verso il nulla.
Nella bracciata successiva si sforzò di guardare dietro. Lontano vide braccia alzarsi e abbassarsi, ma non era un ritmo cadenzato, era frenetico. Poi le braccia scesero, senza più emergere. Un tempo avevano avuto un nome, una foto, una carta d’identità. Un documento senza indicazioni della razza a cui appartenevano. Nulla a rivelare il pericolo futuro. Qualcuno aveva rivendicato antichi diritti concessi da un maharaja, o forse un sultano. Non capiva neppure più la differenza o se ne era mai esistita una. La storia del suo paese era stata ripiegata e la sua razza vi si era trovata nel mezzo. Non avrebbero dovuto nemmeno tentare quello sbarco, non con quel tempo. La scelta, però, era stata obbligata. Sulle coste natie li attendevano i fucili, fucili fin troppo generosi nel lasciarli partire, ma non abbastanza da permettere loro di tornare.
In fondo, lei era nel suo elemento, come quelle sirene di cui il padre le parlava. Crudeli e avvenenti, che difendevano il loro territorio evitandone la contaminazione umana. Tutto considerato si comportavano in modo simili alle persone. Erano migliori? Forse, oppure no, ma non importava, come oramai non le interessava il destino dell’uomo, così stolto da suddividere la terra, e ripartirla, spartendola e frammentandola. Ogni divisione un conflitto, grande o piccolo.
Un crampo la avvertì che stava perdendo forza alla gamba sinistra. Ripensò a quell’essere, aveva la corposità di un mollusco. Magari, era solo un miraggio dato dallo sforzo, il primo segno di una mente in rovina. Doveva aver letto da qualche parte che certe allucinazioni inducevano il corpo a reagire di conseguenza. Qualunque ne fosse stata la causa, le era sembrata tremendamente reale. Quel coso si era mosso su di lei lasciando una scia viscida prontamente ripulita dalle acque. Un minuscolo mostro marino addentratosi nell’ignoto. Magari un temerario cucciolo di quelli posti oltre le Colonne d’Ercole. Oltre il suo piccolo mare.
Pensò al suo sogno, rendendosi conto che non ne avrebbe mai visto neppure uno dei tre. Tentò di ritornare all’uomo che aveva passato la vita in cerca del suo Okeanos senza riuscire ad aggrapparsi a un nome concreto. Quindi prese la sua ultima decisione, svoltò verso l’oceano, e continuò a nuotare.
Il mare non finiva più. Pensava di aver percorso diversi chilometri ormai. Non si accorse neppure di stare sprofondando, l’acqua le era sempre stata compagna, non poteva neppure concepirne l’intento omicida. Suo padre, gli altri clandestini, si erano dissolti. Restava solo lei e la sua più grande amica… sotto o sopra non importava. Riadattò il suo stile alle profondità subacquee, proseguì il suo viaggio verso le Colonne con il feroce lumicino offertole da una coscienza ormai disgregata.

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